Marta che guarda il cielo – Ventunesima puntata

Capitolo 21°

I mesi trascorsero lenti e noiosi, era giunto ormai il 10 dicembre. Era sera e la neve scendeva copiosa e copriva ogni cosa, Marta vedeva scendere i fiocchi dalla finestra, coricata nel letto. Alzarsi era un problema. I suoi piedi erano gonfi di liquidi come otri antiche, la pelle era sottile, quasi trasparente, si vedevano le vene, che faticosamente trasportavano sangue ormai povero di ossigeno. Il fiato era sempre più corto, la donna indossava gli occhialini per la somministrazione dell’ossigeno, li indossava ormai 24 ore su 24.

Un sussulto doloroso scosse la donna, era evidente che la piccola Eleonora si muoveva ormai a fatica dentro l’utero. Ancora un altro scossone, poi il silenzio. Marta ebbe un pessimo presagio, di sera generalmente la piccola si sollazzava con continui movimenti che duravano ore intere, ma quella sera, dopo i due scossoni, nulla più. La donna venne colta da una nausea furibonda, si alzò con tutto il suo peso, non voleva svegliare l’amica, che dormiva stremata nell’altra stanza. Andò in bagno e un conato di vomito produsse un dolore fortissimo al torace.

Marta sentiva la fatica del suo cuore come non mai. Le sembrava di vedere il suo sangue che cercava di arrivare ai polmoni per ossigenarsi, ma che tornava indietro, anche lui, stremato come Eleonora. La donna si appoggiò al lavandino, non riusciva a stare in piedi da sola, un giramento di testa, un altro conato di vomito, poi un manto nero coprì la sua vista e stramazzò a terra, con un tonfo sordo, che svegliò l’amica.

Eleonora, appena si accorse che Marta era in terra priva di sensi, chiamò un’ambulanza. Purtroppo la neve ritardava l’arrivo dei soccorsi, Eleonora prese le gambe dell’amica e le sollevò, come si fa in questi casi, per aiutare il sangue ad arrivare al cervello, ma Marta non si riprendeva. Il suo colorito era sempre più scuro, quasi blu. La disperazione di Eleonora fu totale, le lacrime scendevano senza interruzione dai suoi occhi, anche la sua anima piangeva, poi urlò a gran voce e con rabbia: “Dio, Dio dove sei, dove sei?”

Il campanello suonò, erano arrivati i soccorsi. Eleonora andò ad aprire la porta, entrarono i sanitari con le varie attrezzature, immediatamente misero dell’ossigeno a Marta, che non accennava a riprendersi, anzi, il suo colorito era sempre più scuro, più cianotico. L’elettrocardiogramma rivelava una fibrillazione ventricolare, bisognava fare in fretta, si doveva salvare almeno la nascitura.

Un infermiere riuscì a prendere una vena, immediatamente venne praticato un antiaritmico, il tutto sotto lo sguardo sgomento di Eleonora. Poi di peso Marta venne caricata su una barella e portata in ambulanza, accompagnata da Eleonora, che nel frattempo si era vestita e aveva preparato una valigia con tutto l’occorrente per il ricovero. Il viaggio in ospedale fu un calvario, la neve era alta, le macchine ferme ai bordi della strada impedivano il passaggio e continuava ancora a nevicare. Eleonora teneva fra le mani un rosario e recitava le sue preghiere, mentre l’auto si destreggiava in mezzo al trambusto causato dalla neve.

Finalmente ecco l’ospedale, il pronto soccorso. La barella con sopra Marta, trasportata dal personale, volava nel corridoio, verso il reparto precedentemente allertato, aveva preparato la sala operatoria per il cesareo. Bisognava tentare il tutto per tutto. Chi si sarebbe salvato? Marta o la piccola Eleonora? La barella entrò nella sala operatoria, Eleonora rimase fuori.

Mentre attendeva una qualunque notizia e camminava nervosamente su e giù nel corridoio, urtò un uomo. La donna alzò lo sguardo per guardare in viso la persona e per chiedere scusa: il viso era quello di Alberto, l’ex marito di Marta.

Immediatamente Eleonora disse: “Alberto, che ci fai qui? Chi ti ha avvisato?”

Alberto attonito e dolorante per il colpo ricevuto, rispose: “Avvisato di cosa? Io sono qui per la mia compagna, ha partorito un bel maschietto. Tu piuttosto, che ci fai qui?”

“Non sono qui sicuramente per te e nemmeno per la tua compagna, non ti riguarda perché sono qui, chiaro?” rispose Eleonora adirata e sorpresa per il destino beffardo.

La sua amica, probabilmente dopo circa sette faticosissimi mesi di gravidanza, avrebbe perso il frutto della sua fatica e sicuramente anche la vita, invece la compagna di Alberto aveva partorito un figlio. Eleonora ritornò sui suoi passi, verso la sala operatoria. Dalla porta uscì una donna in divisa e chiese se vi erano parenti della donna che era dentro la sala.

“Io, io sono sua amica, non ha nessun altro a parte me!”

La donna guardò sorpresa, ma la fretta era pressante e chiese: “Sa che nome dobbiamo dare al nascituro?”

“Si chiamerà Eleonora, come me!”

La porta si richiuse con un tonfo sordo. Eleonora non riusciva a resistere, aveva bisogno d’aria. Di corsa, senza badare a nulla, uscì dall’ospedale.

Marta non sentiva alcun dolore, una luce bianca, forte, fortissima la circondava, vedeva ombre che si muovevano attorno a lei. Un viso la stupì, sembrava il suo, che gentilmente la invitava a camminare verso un punto preciso, una musica dolcissima, mai sentita prima delicatamente accarezzava le sue orecchie, le sue narici assaporavano un profumo di fiori intenso, provava una sensazione di beatitudine, di pace, di piacere assoluto.

Poi quasi di colpo la luce divenne più scura, e la musica si trasformò in un bip bip conosciuto, un gusto terribile in bocca e una sete tremenda attanagliavano le sue fauci. Gli occhi si aprirono e vide una stanza d’ospedale, la riconobbe immediatamente, i colori verde pastello sono inconfondibili. Le figure che giravano attorno a lei facevano parte del personale sanitario della rianimazione. I dolori erano forti, Marta aveva dolori ovunque, provò a girarsi, ma i tubi che uscivano dalle sue braccia impedivano quasi ogni movimento.

Ricordava solo la sua caduta in bagno e nulla più. Mise la mano sull’addome: era vuoto, privo di movimenti. Provò ad alzarsi allora, in uno sforzo disperato: non riuscì a muoversi. Un sonno profondissimo nuovamente la colse. Al suo risveglio la situazione era migliorata, le braccia erano libere da tubicini vari, aveva sì una cannula, ma chiusa in quel momento, libera da tubi vari. Anche la bocca era libera da cannule e la sete era sparita. Chiamò qualcuno. Un’infermiera si avvicinò con un gran sorriso.

“Buongiorno, ben svegliata, come va?”

“Credo bene, ma non so.”

Il suo parlare era incerto, impastato, ma si fece capire subito.

“Ho partorito? Dov’è mia figlia? Eleonora?”

Il viso dell’infermiera era incerto, ma poi disse: “Sua figlia sta bene, fra poco la vedrà, potrà allattarla con il biberon, non adesso però.”

Questa notizia sollevò il cuore della donna, doveva vedere la sua amica Eleonora, sicuramente con la piccola c’era stata lei, ma in rianimazione le visite erano limitate.

“Chissà che parto terribile devo aver fatto, addirittura in rianimazione!” pensò la donna.

Venne l’orario delle visite, ma nessuno si presentò, vero che le sue condizioni non erano ancora tali da permettere visite e chiacchierate lunghe, ma una parola o uno sguardo lo avrebbe scambiato volentieri.

Improvvisamente un pensiero forte e dirompente entrò nella sua testa: “La mia piccola sta bene veramente? È viva? Oppure dicono così per non farmi agitare?”

Con sforzo enorme chiamò un’infermiera, ma sarebbe accorsa comunque, il suo ritmo cardiaco era aumentato, il bip bip del monitor confermava questa situazione.

“Ah! Questo cuore, mi farà impazzire!” pensò la donna.

Mentre l’infermiera controllava i parametri, Marta si accorse di un grosso cerotto in pieno petto, una sorta di medicazione. Ecco il motivo di quel dolore allora! Che cosa era accaduto durante il parto? Possibile che la cicatrice potesse arrivare così in alto? L’infermiera, dopo aver controllato nuovamente i parametri, delicatamente iniziò a staccare i grossi cerotti dal torace.

Marta era sveglia, intontita ma sveglia e chiese: “Che cosa sta facendo?”

“Rinnovo la medicazione alla ferita, stia tranquilla, non farà male!”

Marta non capiva, in quella zona c’è il cuore, non l’utero.

Allora prese coraggio e chiese: “Ma che intervento ho subito? Il cesareo?”

“Certo signora, il cesareo e il trapianto di cuore, praticamente quasi lo stesso giorno. Ha avuto una fortuna incredibile, il cesareo aveva compromesso quasi del tutto la sua funzionalità cardiaca, è stata in coma per un paio di giorni, ma le è arrivato un cuore nuovo, giusto il tempo di fare le prove di compatibilità, ho letto la cartella clinica!”

“Ho un cuore nuovo? Un cuore nuovo? Allora potrò allevare la mia bimba, potrò giocare con lei, potrò lavorare!”

“Sì, ma ora deve avere ancora pazienza signora, le terapie antirigetto sono forti e potrebbero creare seri problemi, sicuramente non potrà allattare, comunque starà ancora qualche giorno qui in rianimazione e le visite sono proibite o perlomeno sconsigliate. Poi, quando andrà in reparto, potrà ricevere visite e vedere la sua bimba. Io l’ho vista, è bellissima, vispa, sveglia, piccolina perché prematura ma vispa e bellissima!”

“Dice sul serio? È bella? Sta bene? Non ha subito traumi? La mia situazione era brutta da quanto ricordo.”

“Non si preoccupi Marta, l’ho vista davvero la bimba e non solo io, quella bimba è un miracolo, la sua storia è un miracolo, le sue condizioni e poi tutto il resto. Ora, però, stia tranquilla, non uscirà dalla rianimazione fin quando il suo ritmo non sarà stabilizzato. Quindi nessun pensiero o emozione, deve solo riposare e stare tranquilla. Le somministro un antiaritmico e poi una benzodiazepina, qualcosa che la rilassi, se le viene sonno è normale, anzi, si addormenti pure è meglio.”

Poi si allontanò da lei e sentì che diceva: “Che storia, che storia…”

Il farmaco ebbe il suo effetto, le palpebre si chiusero pesantemente e la mente poté permettersi di sognare. In sogno venne Eleonora, la sua amica carissima, vestita come al solito con la gonna nera e la camicetta rossa, in braccio aveva un fagotto, sicuramente la sua bimba, l’altra Eleonora. Era curiosa di vedere il suo viso, ma la sua amica la stringeva contro il suo petto, sorrideva, era felice, radiosa, mentre la guardava, diceva: “Sì, tornerai a correre, tornerai a correre…”

Altri sogni meno belli si intromisero nella sua mente, come Alberto che urlava la sua rabbia, perché voleva la casa e degli oggetti. Anche Sebastiano fu oggetto di sogni, il suo sorriso la rassicurava, aveva fra le braccia tantissimi libri, anche lui era felice. Poi l’oblio, il nulla, il sonno ristoratore, accompagnato da un ormai familiare bip bip.

I giorni passavano sonnolenti in rianimazione, una sorta di coma farmacologico impediva la completa lucidità, nessuna visita, nessuna nuova.

Una mattina, però, Marta aprì gli occhi, vedeva chiaro, non più appannato, anche il suo respiro andava bene, non annaspava, non era presente fame d’aria, il bip bip era regolare, ritmico.

Venne l’infermiera, che con tranquillità iniziò a sfilare via dalle braccia una serie di cannule.

“Buongiorno Marta, da oggi proviamo a mangiare, con la bocca intendo e starà anche seduta nel letto. I farmaci sono stati ridotti da ieri, quindi da oggi, vita!“

Un leggero bruciore al braccio avvertì Marta che la sua vena era libera da tubicini vari, un bruciore ben più importante lo ebbe quando l’infermiera sfilò il catetere vescicale. La donna si rese conto allora di averlo, le sue sensazioni corporee si stavano risvegliando, provava formicolio alle gambe, alle braccia e prurito alle ferite dell’addome e del torace.

Provò a fare un respiro profondo e incredibilmente, l’aria entrò ed uscì senza alcun ostacolo, ma un forte colpo di tosse, le causò un dolore forte alla ferita del torace. Comunque era bella la sensazione dell’aria che passava libera, una freschezza dimenticata, quasi mai vissuta addirittura. Quando una fisioterapista la fece sedere sul letto, tutto iniziò a girare, un girotondo nauseante. Vedeva la stanza roteare vorticosamente, e con essa anche gli altri letti e gli altri oggetti, lasciavano scie di materiale, come comete impazzite.

Poi lentamente, dopo varie prove, tutto si fermò e poté vedere da una piccola finestra di una porta, che dava probabilmente sul corridoio, una figura, un viso che guardava, forse era Eleonora, anzi, sicuramente era lei, ma scomparve. Marta sapeva bene che le visite in rianimazione erano praticamente proibite, anche se le sarebbe piaciuto moltissimo abbracciare l’amica. Era incredibilmente vogliosa di uscire da quella prigione dorata e dipinta di verde. Voleva respirare aria naturale, non aria condizionata, voleva abbracciare la sua bambina, voleva abbracciare la sua amica e anche Sebastiano. Venne il momento del pranzo, una minestrina ospedaliera, dove qualche stellina galleggiava in un brodo quasi trasparente. Fu il primo pasto, semisolido che la donna deglutì. La trovò buonissima, quasi divina, assaporò e gustò la minestrina fino all’ultima stellina, poi un cucchiaio di purea e una confezione di frutta frullata.

La stanchezza, però, subito dopo la prese, per essere il primo giorno da sveglia, aveva compiuto passi da gigante. Passò il resto del pomeriggio a dormire, ma libera da tubi, solo gli elettrodi al torace la legavano alla macchina, alla rianimazione. Ormai era poca la distanza fra lei e la vita, fra lei e i suoi affetti.

Il giorno dopo la sua mente era ancora più lucida, le sue forze un po’ più importanti, doveva essere in forma per il gran giorno dell’incontro con i suoi affetti. Marta immaginava, o meglio, cercava di immaginare la sua bambina, il colore dei suoi capelli, dei suoi occhi, i suoi lineamenti, la sua voce, il suo profumo. I piedi a terra sopportarono tutto il peso dei suoi pensieri, di gran lunga più pesanti del suo corpo, che, sgonfio da liquidi in eccesso, mostrava tutta la sofferenza passata.

Un passo, sorretto da una fisioterapista, poi un altro e un altro ancora. Venne il medico, un signore intorno ai cinquanta anni, con occhi neri come il carbone e completamente glabro. Visitò Marta accuratamente, nessuna parola durante la visita, era concentratissimo. Guardò con attenzione le lastre e tutta la cartella, sfogliò pagina per pagina, si soffermò di più su alcune, altre le sfogliava e basta.

Marta era impaziente, quasi nervosa, stava per chiedere per quanto tempo ne avesse ancora lì dentro, quando il medico, guardandola fissa negli occhi, disse: “Se la sente domani di andare in reparto di ostetricia per stare con la bambina?”

Nemmeno un secondo di esitazione: “Sì, domani, va bene.”

Appena il medico fu lontano, Marta si concesse un pianto liberatorio, era come ricominciare una vita nuova, con un cuore nuovo e con una bambina da vedere, da crescere. Non vedeva difficoltà in quel momento, il suo sguardo era proiettato oltre la porta che dava nel corridoio, era proiettato verso il futuro. La notte passò quasi insonne, l’ansia era palpabile, il mattino era meravigliosamente vicino.

Alle otto del mattino Marta fu in piedi, tentennante, ma in piedi. Non aveva nulla con sé, sicuramente era tutto in reparto, non aveva bisogno di vestiti, il camice era più che sufficiente.

L’infermiera, che spesso aveva medicato le sue ferite, con un grande sorriso disse: “Marta, andiamo? Porto una carrozzella, il reparto è lontano!”

Quando senti pronunciare quelle parole, il cuore di Marta, ebbe uno scossone, ora lo sentiva suo e lo sentiva pronto a ricevere nuove emozioni.

“Sì, sono pronta, anzi prontissima!”

Con leggerezza si accomodò sulla carrozzella, tesa, come la corda di un violino. L’infermiera spingeva da dietro, le ruote scorrevano bene sul pavimento liscio, la porta era vicina. Un altro infermiere aprì la porta: la luce naturale del sole colpì Marta in pieno viso, una sberla sulle guance sicuramente avrebbe fatto meno male. Non vedeva la luce naturale da un tempo indefinito, già, ma che giorno era? Marta ricordava che il suo malore che l’aveva costretta al ricovero e al parto in emergenza era stato all’incirca a metà dicembre. Ma adesso? Che mese era? Le finestre erano alte e non permettevano a Marta, in carrozzella, di guardare fuori.

“In che mese siamo?” chiese la donna rivolgendosi all’infermiera.

“Siamo a fine gennaio, il 28 per essere precisi.”

La data pronunciata fece capire a Marta che non aveva vissuto per circa un mese e mezzo e aveva perso un mese e mezzo di vita di sua figlia, un mese e mezzo di vita con Eleonora.

Il reparto di ostetricia era accogliente, ampie finestre lasciavano passare la luce del giorno, che illuminava interamente le stanze, stanze larghe. Marta ebbe una stanza con letto singolo, la sua situazione lo imponeva. Ora la donna era ansiosissima voleva vedere la sua bimba, la sua amica…L’armadio era pieno della sua borsa e dei suoi indumenti, non doveva preparare nulla.

Prese il cellulare, provò ad accenderlo, ma era scarico. Lo mise in carica, doveva telefonare all’amica, dirle che era in reparto e che poteva venire a trovarla. Si girò: una piacevole sensazione l’invase. Un’infermiera teneva in braccio la sua bambina, Eleonora…

In quel momento veramente il cuore di Marta stava impazzendo, ma di felicità assoluta. L’infermiera allungò le braccia, Marta anche, le sue mani presero il corpicino e lo portarono al petto. Era bellissima, meravigliosamente viva, la sua testolina tonda come una mela era adornata da capelli scuri, ancora radi, le sue guance, rosa intenso, contrastavano con il bianco del collo, lungo, elegante. Le labbra, rosse, sembravano pitturate da un pittore fiammingo, delicate ma intense, come il suo sguardo, che usciva da occhi di un colore ancora non ben definito. Le sue manine, piccole e paffute, cercavano il seno, ma questo era destinato a non produrre latte. Il profumo della bimba era intenso, Marta la baciò sulle guance, procurando una smorfia nella piccola, che rimase sorpresa per questa sensazione forse nuova.

Era piccola, nata prematura, ma elegante, proporzionata, sua. Lacrime calde uscirono dai suoi occhi, lacrime che bagnarono anche la piccola, fu questo il primo contatto fra mamma e figlia. Poi, dopo qualche minuto intenso e profondissimo, la bimba venne portata via, per permettere a Marta di riposare.

Cuore nuovo, emozioni nuove. Vita nuova. Dopo qualche ora di riposo, Marta prese il cellulare, ormai carico. Era il primo pomeriggio e ancora non aveva ricevuto alcuna visita. Compose il numero della sua amica, ma il cellulare risultava spento. Provò a casa, le lezioni ormai erano finite, ma anche qui, nessuna risposta. Probabilmente Eleonora stava arrivando da lei.

Portarono nuovamente la piccola e Marta per la prima volta allattò con il biberon e cambiò il pannolino alla piccola, con estrema maestria e precisione. Ancora nessuna visita, da parte di nessuno. Provò una serie di volte a telefonare ad Eleonora, mandò anche messaggi, ma nessuna risposta, nessuna.

Decisamente preoccupata, inviò un sms a Sebastiano.

“Ciao, sono in reparto di ostetricia, sono fuori dalla rianimazione, mi sento meglio. Hai notizie di Eleonora?”

La risposta fu immediata: “Arrivo subito.”

Nel primo pomeriggio infatti, durante l’orario di visita, Sebastiano si presentò in stanza. Aveva un enorme mazzo di fiori, ma il suo sorriso era velato, come i suoi occhi. Marta lo abbracciò, nel suo abbraccio non c’era malizia, ma solo amicizia e ringraziamento. Ormai avevano chiarito ciascuno con se stesso i propri sentimenti e i propri limiti.

Marta, incuriosita e allarmata, chiese: “Hai notizie di Eleonora? Cosa è successo? Non risponde al cellulare e nemmeno ai messaggi!”

Sebastiano sorrise teneramente, poi prese la mano di Marta, la strinse forte e disse: “Eleonora è dentro di te, per sempre.”

Marta non capì. Una smorfia di stranezza si formò nel suo viso.

“Cosa vuoi dire? Non parlare per enigmi per piacere!”

“Il suo cuore batte dentro di te.”

“Smettila per favore, smettila! Cosa vuol dire?”

Sebastiano era tremendamente in difficolta, nonostante la sua enorme fede, non riusciva a spiegare la situazione. Poi prese coraggio e iniziò il suo racconto.

“Vedi Marta, il giorno in cui hai avuto lo scompenso, Eleonora era in ospedale, qui, accanto a te, come sempre. Da come ha raccontato il personale, Eleonora ha incontrato un uomo, dalla descrizione era Alberto, il tuo ex marito. I due hanno avuto una discussione, la compagna di Alberto aveva partorito il giorno stesso. Eleonora aveva saputo delle tue condizioni, stavi proprio male, lei, probabilmente per scaricare la tensione o chissà per quale motivo, è uscita dall’ospedale. Nevicava fitto fitto, un auto l’ha investita…nulla da fare. Il resto lo sai, lei era donatrice, il suo cuore era l’unico organo non a rischio per la sua malformazione genetica. Tu eri in lista, la prima. Vista la tua situazione…ora lei è in te…”

Un urlo lacerò l’aria, la squarciò, la spaccò da cielo e terra. Marta pianse a dirotto, le mani sul viso stanco non nascosero le lacrime calde, poi abbracciò Sebastiano.

Continuò a piangere, per tutta la notte, era inconsolabile, il senso di colpa la divorava. Il personale fu costretto a somministrare degli ansiolitici endovena per poterla calmare un po’, ma il dolore lacerante, devastante, non poteva essere mitigato. Un’infermiera, portò la piccola in stanza. Questo rasserenò la donna, almeno un per po’. Marta mise le mani sul suo petto: sentiva il cuore di Eleonora battere, vivere, pulsare.

Sebastiano rimase per tutti quei giorni di ricovero accanto alla donna, i rapporti ottimi, ormai, con la moglie, permettevano all’uomo di godere di grandi libertà…e di coltivare il sentimento di amicizia.

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