Marta che guarda il cielo – Undicesima puntata

Capitolo 11°

Più passava il tempo più Marta aveva bisogno di chiarimenti, il pensiero di Sebastiano era una costante nella sua mente. Durante il tempo libero, tempo dedicato alla pittura, la sua mano trattava con cura i pennelli, sfiorava la tela, i suoi occhi immaginavano il viso di Sebastiano e ne tracciavano i lineamenti, con dolcezza estrema. I suoi quadri erano ormai monotematici, usava particolare cura nel tratteggiare i capelli, ondulati a volte, quando si allungavano sulle tempie, e dritti, quando erano corti. Il sorriso era il particolare su cui spendeva più tempo, adorava disegnare le labbra rosse, sottili ma importanti, e poi i denti, bianchi, regolari. Il volto era sempre sorridente, mai cupo, mai triste.

I quadri erano cresciuti di numero, erano posti ordinatamente nella stanza adibita a studio, una stanza che in origine doveva essere la stanza di un bambino, stanza vuota, anzi, non più, perché era piena di Sebastiano. Alberto non entrava mai lì, quindi la libertà era assoluta, ma Marta in un momento di lucidità si accorse che in effetti il soggetto era sempre lo stesso, eppure era felice di questo, non voleva fare altro.

Per almeno due mesi nessun messaggio allietò le giornate della donna, quindi nessun incontro, ma lei sperava in continuazione. A volte, durante la pausa pranzo, quando le lezioni erano al mattino, faceva una lunga passeggiata, le piaceva molto camminare, i pensieri cosi potevano fluire tranquillamente nella mente, e, pensando, arrivava fino davanti alla banca dove lavorava Sebastiano, nella speranza di vederlo e magari chiedere un appuntamento per la colazione o un pranzo.

Arrivò marzo: l’inverno era quasi finito, qualche colpo di coda, un freddo improvviso, una giornata ventosa, dove la polvere creava vortici pieni di foglie, ma la luce avvolgeva ormai ogni cosa. Marta adorava la luce, passeggiava, lasciandosi scaldare dall’intensità dei raggi, trovava la luce un ottimo antidepressivo, anche perché il suo umore era spesso a terra, la tristezza e la solitudine l’avvolgevano come i vortici pieni di foglie.

Improvvisamente un giorno si ricordò che nel registro di classe, quello dell’anno passato, vi erano segnate le date di nascita degli studenti e nel modello dell’iscrizione vi erano anche indirizzi e numeri di telefono. Marta ricordava vagamente che in quel periodo vi era il compleanno di Sebastiano: voleva fargli un regalo, voleva essergli presente, voleva vederlo. Anche se era il suo giorno di riposo, andò a scuola. Marcella rimase stupita e ovviamente chiese cosa fosse venuta a fare. Marta non la vide neppure, entrò di fretta nell’archivio, seguita dagli sguardi della collega impicciona. Conscia di questo, chiuse la porta dietro di sé e cominciò a rovistare nelle scartoffie.

Non fu difficile trovare la scheda di Sebastiano, l’anno che cercava era recente. Prese la scheda in mano, tremava, sentiva brividi ovunque, le sembrava addirittura di vederlo davanti a sé, con il suo sorriso disarmante e con il suo carico di misticismo, mischiato a quella tristezza vaga che infarciva il suo modo di fare. L’occhio e la mente memorizzarono immediatamente l’indirizzo. Marta aveva ragione, ricordava bene, il suo compleanno sarebbe stato fra pochi giorni, il venticinque marzo. La polvere dell’archivio era spessa, e volava nella stanza, smossa dai suoi passi. Un rumore la riportò alla realtà. Eleonora, la sua amica, bussava per entrare.

Marta, sono Eleonora, tutto bene?”

Eleonora sapeva di essere ascoltata da Marcella, quindi, dopo la risposta affermativa dell’amica, disse ancora: “Ti mando un messaggio questa sera, ora ho da lavorare, a dopo, ciao!”

Ciao, tutto bene, a dopo! Mi serviva una pratica, nulla di che, grazie!”

I tic di Marcella furono cosi violenti da farle slogare quasi la mascella, non aveva capito nulla del dialogo e del perché la collega fosse arrivata così precipitosamente. Su cosa poteva pensare male? La giornata era vuota senza un pensiero altrui.

Marta uscì precipitosamente dalla stanza, avendo l’accortezza di sistemare le pratiche, uscendo colse Marcella nell’intento di origliare, ma, essendo abituata a questa situazione, non ci fece nemmeno caso e poi era letteralmente presa dal pensiero del compleanno di Sebastiano. Doveva fare qualcosa, doveva tornare ad essere presente nei suoi pensieri, ma come? In realtà sapeva di essere pensata, ma intuiva che qualcosa era di ostacolo, intuiva che qualcosa impediva a Sebastiano di essere completamente se stesso.

Grandi passi a velocità sostenuta la condussero subito a casa, i suoi piedi parevano volare sul selciato grigio. L’idea per essere presente si era materializzata nella sua mente, la vedeva bene e vedeva anche gli sviluppi futuri. Appena varcato l’uscio, sentì l’odore della casa, l’odore di Alberto, l’odore di solitudine e sofferenza, che contrastava con il profumo fresco di biancheria pulita, appena lavata. Spalancò le finestre e lasciò che l’aria fresca primaverile e il sole invadessero la casa, respirò profondamente, una, due, tre volte, poi prese coraggio ed entrò nel suo studio, dove l’odore acre della pittura la fece sorridere.

Prese un quadro, le sue dimensioni non erano grandi, una tela di quaranta centimetri per trenta circa, ancora senza cornice, ma ben teso sul telaio di legno. Guardò il quadro, si fermò ancora, lo abbracciò. Il quadro, dipinto qualche tempo prima, raffigurava il paesaggio montano, con la valle ad imbuto, dove una figura umana sembrava venire incontro a chi guardava l’opera. Marta era felice ora, il suo cuore gongolava, sapeva cosa doveva fare.

Uscì nuovamente da casa, lasciando le imposte aperte, noncurante del vento che si era nel frattempo alzato e che portava polvere e pollini in ogni stanza. Con il quadro sotto braccio camminava veloce fra la gente, come ipnotizzata, guidata, calamitata. Cuore pieno di emozione, testa piena di pensieri emozionanti. Un negozio di cornici, concluse l’opera, impreziosendola, con dorature lignee. Ma qual era il suo pensiero?

Con immenso amore e immensa dolcezza impacchettò il quadro e lo depose in una scatola di cartone. Andò poi in posta e scrisse l’indirizzo sulla scatola. Mentre scriveva l’indirizzo, immaginava il sorriso di Sebastiano e la sua sorpresa nel vedere il quadro. Avrebbe voluto essere lì a spiarlo di nascosto, magari dietro una tenda, per assaporare le sue espressioni in ogni dettaglio, avrebbe voluto sentire il profumo di questo stupore. Il pacco fu spedito per la sua destinazione. Marta, però, per un meccanismo non conosciuto o per pura casualità, non accompagnò il regalo con nessun biglietto, nessuna indicazione, nulla di nulla. Non si rese conto di questo, dava forse per scontato che Sebastiano avrebbe riconosciuto la mano di chi aveva magistralmente accarezzato la tela. Il quadro sarebbe arrivato a destinazione qualche giorno dopo, un’eternità per lei, che nel frattempo, non riuscì nemmeno a prendere sonno e non si presentò nemmeno a lavorare.

Andò dal medico e prese una settimana di malattia. Aveva l’aspetto sconvolto, la carenza di sonno l’aveva imbruttita, incupita, invecchiata. Il medico non ebbe dubbi a rilasciare il certificato. Altri sintomi, mai avuti prima, acuivano questa situazione: mancanza d’aria, fiato corto, battito cardiaco disordinato, fatica nel camminare o nel correre.

Per fortuna Alberto era fuori città per lavoro. Questa situazione, però, insospettì Eleonora che, conoscendo bene l’amica, capì che qualcosa non stava girando per il verso giusto. Provò a chiamare al cellulare, ma nonostante il telefono squillasse, nessuno rispondeva, lo stesso accadeva per il telefono di casa. Poi Eleonora, appena finita la lezione, andò direttamente a casa sua. Il tragitto fu veloce, la donna sapeva il fatto suo, decisa, risoluta. Suonò il campanello e Marta rispose.

Chi è?”

Eleonora. Apri, che vengo su!”

Il portoncino si aprì subito, era evidente che Marta aveva bisogno in quel momento di un aiuto. Le scale furono divorate in un attimo, nonostante la gonna stretta sotto il ginocchio impedisse la completa libertà degli arti. La porta si aprì e lo scenario che si presentò agli occhi di Eleonora non fu sicuramente un segnale di benessere. L’aria era stantia, viziata, odore di chiuso, di cibi vecchi, di biancheria sporca, poca luce nella casa ma che non impediva di vedere il caos totale. Marta era accucciata in un angolo del divano, le ginocchia sul petto, circondate dalle braccia, i capelli chiudevano viso e sguardo, si riusciva a vedere la tuta che indossava, imbrattata dei colori che aveva usato per dipingere. Eleonora a grandi passi entrò, per nulla intimorita, la prima cosa che fece fu quella di alzare le tapparelle e spalancare le finestre. La luce ferì gli occhi di Marta, ma non si oppose alla decisione dell’amica, che dopo avere areato e illuminato la casa si sedette accanto a Marta.

Marta, che cosa succede?”

La donna abbracciò Eleonora, scoppiando in un pianto dirotto. Il suo viso era appoggiato sul petto dell’amica, che rispondeva accarezzando i capelli, senza parlare. Le lacrime entravano attraverso la maglia ed entravano direttamente nel cuore di Eleonora, trapassando la pelle come un coltello caldo nel burro. Il cuore si gonfiava e pompava sangue e tristezza, anche i ricordi prendevano forma e si materializzavano come ologrammi tremanti. Non era il momento di farsi prendere da queste cose, Marta era più importante. Infine, dopo aver lasciato sgorgare lacrime e ricordi, Eleonora tornò alla carica.

Marta, dimmi cosa c’è che non va, cosa c’è? Guardati attorno!”

Marta sollevò il viso e mostrò tutta la sua sofferenza. Occhi pesti, profonde occhiaie circondavano il suo sguardo, sguardo che vagava perso, senza meta, senza destino. Si alzò e con passò trascinato entrò nella stanza dedicata alla pittura, seguita da Eleonora, che quasi urlò appena vide i quadri che tappezzavano e occupavano l’intero vano. Erano ovunque sulle pareti, accatastati sul pavimento, pile intere, alte qualche metro. Quelli sulle pareti rendevano evidente che il soggetto era sempre lo stesso, immerso in paesaggi diversi, ma sempre e solo Sebastiano, sorridente, in primo piano, lontano, vicino, sempre lui. Marta portò le sue mani in viso e riprese a piangere copiosamente.

Inutile discutere, pensò Eleonora, assolutamente inutile, troppa emozione nell’aria e nell’anima, troppa tristezza, troppa solitudine. Prese Marta sotto braccio, insieme entrarono in bagno. Lentamente, senza parlare, spogliò la donna dalla tuta, coloratissima, che contrastava con il nero dell’umore di chi l’indossava, poi girò il rubinetto della doccia. Eleonora sapeva che all’amica piaceva l’acqua sul corpo, acqua che scendeva e accarezzava anima, pensieri e corpo. Poi uscì dal bagno, non voleva essere invadente, andò in cucina e si mise a riassettare quell’immenso disordine, che rispecchiava magistralmente il disordine interiore dell’amica. Eleonora voleva sapere il motivo di questa situazione, si colpevolizzava di non aver visto questo disagio, ora evidentissimo, spesso, incrostato come i colori sopra la tela.

Dall’altra parte della città, una donna meravigliosamente semplice, dagli occhi chiari e dal sorriso luminoso, ritirò un pacco dalla forma rettangolare. L’indirizzo ed il destinatario erano scritti a chiare lettere, quindi non aprì nulla, nell’attesa dell’arrivo del marito, Sebastiano, che sarebbe arrivato da lì a poco. La chiave dentro la toppa, con il suo rumore metallico, annunciò il suo ingresso, accompagnato dal suo immancabile sorriso velato di tristezza. Un tenero bacio suggellò l’incontro, era evidente che l’amore era emozione viva e non abitudine.

Sua moglie Rossana disse: “C’è un pacco per te, aprilo, sembra un quadro.”

Un pacco per me? E chi lo manda?”

Non c’è nessun biglietto fuori, magari è dentro.”

Sebastiano prese il pacco con delicatezza e lo appoggiò sul tavolo, chiamò le bimbe, che gioiosamente saltellarono attorno a lui, coprendolo di baci e coccole, regalando calore ed emozioni, emozioni che Marta desiderava tanto, ma che non aveva mai avuto. Anche le bimbe s’incuriosirono vedendo quel pacco rettangolare e spigoloso. Sebastiano prese le forbici e tagliò di netto le corde che imprigionavano l’opera, poi delicatamente strappò la carta, il rumore lacerante accompagnò un gemito che uscì dalle bocche delle figure femminili presenti.

Il quadro venne alla luce, scoprendo tutta la sua magnifica anima. Era veramente bello, il paesaggio era l’espressione dell’umore di Marta nel momento in cui lo aveva dipinto. Il paesaggio montano era straordinariamente vivo, il disordine della vegetazione era naturale, casuale, come in natura. La forma ad imbuto della valle regalava tridimensionalità, le colline sembravano in rilievo, sembravano toccate dal vento, che spettinava a folate l’erba verde brillante. Nessuno notò la figura umana che camminava, nessuno in ogni caso poteva riconoscere Sebastiano, nessuno, nemmeno Rossana, che, però, chiese: “Secondo te chi è che ti ha inviato questo quadro? Non un biglietto, non una firma, alquanto misterioso direi!”

Non ho davvero idea, probabilmente un cliente cui ho fatto fare un buon guadagno, trovo strano anche io!”

Poi Sebastiano raccolse la carta che abbracciava il quadro e cercò di capire se la grafia era familiare, toccava la carta, la sfiorava, nel tentativo di ricordare qualcosa. Le sue mani in realtà sembravano accarezzare un corpo, la delicatezza con cui lo faceva insinuò un pensiero misterioso nell’animo di Rossana, pensiero che poi scomparve, quando Sebastiano con entrambe le mani accartocciò la carta a mo’ di palla e la gettò nel cestino, correndo poi dalle bimbe, rombando come una moto, facendo vibrare le labbra e la gola.

La moglie guardò la scena, anche a lei piaceva quando Sebastiano “faceva” la moto, anche a lei piaceva sentire ed ascoltare le bimbe ridere. Poco dopo l’uomo, però, sempre rombando, tornò sui suoi passi e il suo sguardo cadde nuovamente sul dipinto. Anche lui era un artista e la sua sensibilità fu rapita dalla grazia con cui la vita era rappresentata. Sentì una stretta al cuore, che per qualche momento perse il suo ritmo. Si avvicinò, nel tentativo di capire chi ci fosse dietro questa meravigliosa rappresentazione.

Il suo sguardo urtò contro la valle ad imbuto, girando poi sulla figura umana e rimbalzando contro il cielo, per poi perdersi nel vuoto dell’orizzonte. Un altro sussulto al cuore, uno sguardo al cellulare, privo di chiamate non risposte o messaggi. Infine, come colto da improvvisa tenerezza, prese il quadro e, dopo aver tolto una tela ormai da tempo appesa, appoggiò delicatamente il dipinto al suo posto, godendo della freschezza di quel paesaggio. Un pensiero improvviso…Marta? No, quello non era il momento per porsi domande, gli sguardi delle bambine interrogavano la sua mente. Un rombo e via, la moto prese nuovamente vita nella casa di Sebastiano.

Marta uscì dalla doccia, l’acqua aveva tolto il sudore, i colori incrostati dalle mani, da sotto le unghie, ma non aveva tolto stanchezza e tristezza. I capelli bagnati cadevano pesanti sulle spalle, anche i pensieri erano umidi e pesanti. Indossò l’accappatoio azzurro come il cielo primaverile e andò in salotto. Sapeva che Eleonora l’aspettava. Capo chino, spalle curve, la donna era seduta accanto ad Eleonora, che, dopo un abbraccio tenero ma vigoroso, le chiese: “Allora, cosa è successo? Dimmi!”

Non ho idea, sono confusa. No, in realtà lo so…”

E’ tornato Maurizio? “

No, no, lui non c’entra. Io sono, sono…ossessionata, non vivo più ormai, aspetto, aspetto, ma ho aspettato troppo!”

Che cosa aspetti ?”

Marta guardava oltre la finestra, oltre le nuvole, cercava spiegazioni da Eleonora, ma in cuor suo sapeva benissimo il motivo del suo grande malessere. Era inutile negare che Sebastiano era ormai un pensiero ossessivo, costante, fisso, quasi ossessionante. Lui neppure lo sapeva, non lo sospettava nemmeno, ma ormai era l’oggetto di sogni e di aspettative enormi. Marta doveva solo trovare il coraggio di esternarlo, di dirlo ad Eleonora, solo così poteva in qualche modo mutare questo pensiero ossessivo, pensiero ossessivo che si chiama amore.

Non riusciva a parlare, provava grande imbarazzo nei confronti dell’amica. Si vergognava del suo stato d’animo, del suo comportamento. E’ forse una colpa amare? Si diceva che era una colpa se la persona era sbagliata o impegnata. L’amore stesso era una colpa? Perché proprio lei doveva essere così infelice, lei, senza maternità, senza amore, senza difese nei confronti della vita? Una sola alleata, un’amica sincera, anche lei senza maternità ma più solida, almeno in apparenza. Eleonora capì che Marta non riusciva a parlare, allora disse con una sicurezza: “Questa sera mi fermo a dormire qui da te!”

Non diede spiegazioni, preparò il letto, dopo aver donato un sorriso e una tazza di latte e menta a Marta, che prese posto nelle lenzuola fresche di cassetto, dopo che Eleonora tolse un po’ di pensieri e lenzuola vecchie dal letto matrimoniale, letto statico, povero di tutto. L’amica occupò l’altra metà del letto. Era incredibile come ora quel giaciglio ospitasse un’anima sola, le due donne erano come due costellazioni che nel loro incredibile girovagare nell’universo si erano incontrate, si erano passate attraverso, rimanendo se stesse, ma arricchite dal passaggio che aveva modificato la loro struttura interna, rendendole unite. Questo fenomeno si chiamava Amicizia, fenomeno raro, misterioso, incredibilmente fortificante.

Quella notte Marta riuscì a riposare, anche se il suo sonno fu popolato da incubi, dove il volto di Sebastiano e il suo sorriso si intersecavano e si intrecciavano con il suo viso e con il suo sorriso. Sebastiano sembrava fuggire da Marta, che lo osservava da dietro una vetrina. Solo sogni, solo incubi, solo realtà?

Il sole mattino colse Eleonora ancora addormentata, Marta si svegliò prima. Per ringraziare la sua amica, preparò del caffè e una colazione a base di biscotti, marmellata, burro, nutella, una sorta di coccola alimentare. Probabilmente, voleva riempirsi di dolcezza anche lei. L’amica si svegliò e sorrise a Marta, la vide più tranquilla, più serena, almeno in apparenza. Le due donne iniziarono a fare colazione.

Allora Marta, cosa è successo, da tempo non ti vedevo cosi, non stai quasi più vivendo! E’ a causa di Alberto? Io credo di no.”

Marta era imbarazzata, una notte di sonno, sebbene popolata da incubi, aveva in qualche maniera chiarito la situazione, lentamente. Sbocconcellando i biscotti zeppi di nutella, rispose: “Eleonora ,sì sono strana, nel senso che in mente ho un solo pensiero, uno solo. Non solo in mente, quel pensiero è ovunque ormai, nel mio cuore, nella mia anima, nel mio corpo, ovunque!”

Sì ho capito, ma qual è questo pensiero? A me sembra un’ossessione più che un pensiero. Penso di aver capito, ma voglio sentirlo dire da te, solo cosi ne prenderai coscienza anche tu.”

Marta non riusciva a guardare l’amica negli occhi, si vergognava di se stessa e dei suoi pensieri. Dopo aver masticato e deglutito altri biscotti, alzò lo sguardo pieno di lacrime.

Eleonora, hai capito, sono innamorata, innamorata persa di Sebastiano, lo vedo ovunque, o meglio, mi sembra di vederlo ovunque. Sento il suo profumo, vedo il suo sorriso, la sua camminata, sento il suo sguardo accarezzarmi, le sue mani su di me. Ho fantasie erotiche…e non è finita!”

Non è finita? Mi sembra già abbastanza direi no?”

No, non è abbastanza. Le mie fantasie non sono solo erotiche, io vorrei…vorrei…”

Cosa vorresti ancora?”

Io vorrei che lui fosse il padre dei miei bambini, le mie fantasie, come ti ho detto, vanno oltre!”

Eleonora cercò di rimanere fredda, per non condizionare il pensiero dell’amica.

Lui lo sa? Sa di questi tuoi pensieri? Sa di questo tuo amore?”

Un silenzio lungo, disturbato solo dallo scricchiolare di un biscotto sotto i denti.

No, non sa nulla, ci siamo visti poche volte. Ho spedito a casa sua un quadro.”

Eleonora sbottò: “Come un quadro, a casa sua? Ma sei tutta matta? Ricordo che è sposato, forse ha anche della figlie, ma ti rendi conto? Ti rendi conto? Cosa vuoi combinare?”

Poi capì di aver esagerato e smorzò i toni. Marta era mortificata e ferita, non da Eleonora, era mortificata perché si era resa conto del suo errore, ma soprattutto si era resa conto del suo stato d’animo. Era follemente innamorata di un uomo, uomo che non sapeva nulla di questo amore e che magari avrebbe anche accettato la situazione, chissà, oppure avrebbe chiuso ogni porta, ogni speranza. Sì speranza, ecco la parola giusta, speranza, perché non sperare? Perché non provare, tentare qualcosa, invece di attendere gli avvenimenti?

Eleonora vide il bagliore negli occhi di Marta, cominciava ad essere preoccupata, conosceva quel bagliore, conosceva la fragilità dell’amica, voleva proteggerla, ma non sapeva come, proprio non aveva idea.

Senti Marta, perché non ti prendi un piccolo periodo di ferie, solo qualche giorno, ti sistemi, sistemi la casa, il tuo studio. Puoi far trovare ad Alberto questo macello? Poi di sera si esce assieme, va bene? Ora io vado a casa, nel pomeriggio ho lezione, ci sentiamo dopo, ora fai come ti ho detto, poi ne parliamo!”

Eleonora sentiva la tristezza di Marta e vedeva la sua speranza, la sua speranza di maternità con un uomo diverso da Alberto, ma conosceva la vita, la realtà delle cose è spesso diversa dai nostri sogni. Infine si sistemò, diede un bacio sulla fronte all’amica e uscì di casa.

Marta, parzialmente ristorata dalle ore di sonno, cercò di stabilire una linea programmatica, qualcosa che le permettesse di arrivare a fine giornata. Sicuramente Eleonora si sarebbe fatta sentire, sperava in quello, anzi ci contava proprio, ma doveva fare altro. La prima cosa che fece fu quella di tuffarsi sotto la doccia, per prendere un po’ di carezze, carezze che mancavano da tempo. Si sistemò in maniera sobria, tuta attillata, e poco trucco.

Un’idea le balenò in testa: perché non inviare lei un messaggio a Sebastiano? Perché non forzare la situazione, perché non osare? Alberto sarebbe stato fuori da casa ancora per una settimana circa e poi anche se fosse stato presente non si sarebbe accorto di nulla, né della sua presenza né della sua assenza. Alberto non era affatto un problema, il discorso emotivo lo avrebbe gestito in seguito.

Come presa da una frenesia di incredibile potenza, che faceva tremare anima e corpo, afferrò il cellulare, lo fece cadere anche in terra tanto fu frenetico il gesto. Lo raccolse, fece due respiri profondi, un terzo e un quarto ancora. Poi le dita cominciarono a frugare nella rubrica, gli occhi appannati vedevano a malapena i nomi scritti.

Marta era emozionata, sentiva il cuore battere forte nel suo petto, il suono rimbombava, sembrava un tamburo, una gran cassa, che vibrava fin dentro l’anima.

Vide il nome SEB, quindi scrisse: “Ciao, ti va una colazione in uno di questi giorni? O magari un pranzo, fammi sapere. Attendo, attendo, attendo…Marta.”

Infine pigiò il tasto invio, pregando tutti gli dei dell’Olimpo che il suo messaggio fosse letto immediatamente.

Poco distante, in banca, una vibrazione e un piccolo trillo fecero sussultare Sebastiano. Una delle sue bimbe non stava bene e attendeva notizie da parte della moglie. Prese il cellulare, i suoi gesti erano lenti ma frettolosi intimamente, lo schermo illuminato evidenziava la parola “Prof.”, il nome con cui Sebastiano aveva memorizzato Marta. Incuriosito e sorpreso, lesse il messaggio e un brivido al cuore lo percorse, un timido sorriso tagliò il suo viso tondo.

Ci voleva una distrazione, una discussione piacevole, un confronto, una visione piacevole, quindi immediatamente rispose: “Domani alle 10,00 al solito bar, ma senza Marcella, se vi sono problemi manda sms, lo stesso farò io, ciao Prof a presto!” e il dito pigiò il tasto invio.

Un urlo squarciò la casa di Marta, un urlo che attraversò i vetri e si scagliò fin oltre le nuvole, trapassandole da parte a parte, arrivando direttamente al sole, per poi tornare indietro sotto forma di luce ed energia. Marta chiuse tutte le porte e le finestre, poi iniziò a ballare, a cantare, a muoversi come una matta attorno al tavolo, danzava e urlava, rideva e piangeva. Poi si gettò sul letto e si mise a piangere come un vitello in procinto di essere macellato. Sì macellato, anche perché si chiedeva che cosa avrebbe ottenuto da quell’incontro. Quali aspettative sarebbero state deluse e quali accolte? Almeno l’avrebbe visto, questo comunque era già un risultato.

Il giorno successivo sembrava lontanissimo. Che cosa fare nel frattempo per ingannare l’attesa? Avrebbe voluto addormentarsi e svegliarsi già pronta, già seduta al tavolo davanti a lui e vedere il suo sorriso, i suoi occhi, il suo sguardo, tutto. Allora, come da vecchia abitudine, uscì e prese la strada del parco.

La giornata era magnifica, luminosissima. L’odore della pioggia, caduta durante la notte, mischiato all’odore di erba tagliata di fresco, inebriavano la donna, che si riempiva di quel profumo, fino quasi ad ubriacarsi. Il parco era deserto, le goccioline brillavano al sole, come piccole lucciole estive, il tepore del sole toccava il suo viso. Marta correva, correva, batteva i piedi sul selciato, non voleva pensare, non voleva entrare in contatto con se stessa, voleva stancarsi, far passare il tempo e basta. Non era ben cosciente del suo stato d’animo o forse nascondeva a se stessa la sua parte più triste. Sapeva che Eleonora l’avrebbe portata alla realtà, di questo aveva paura, della realtà. Era talmente desiderosa di un amore e di una maternità che in quel periodo si era quasi creata una vita parallela.

Il gracchiare di un corvo nero come la sua tristezza la riportò alla realtà, gli occhi rividero il bosco ed il selciato bagnato. Il suo respiro era veloce, quasi come il suo passo, solo il tempo era lento, incapace di accogliere le esigenze di Marta.

Tornò a casa ma la prigionia di quella dimora la costrinse ad uscire nuovamente, odiava vedere la foto del suo matrimonio attaccata sopra il letto e le scarpe di Alberto sul balcone. Odiava tutto di quella casa, forse anche se stessa. Sì questo era il punto, o almeno uno dei punti cardine del suo malessere. Marta non sapeva perdonarsi, si incolpava per tutto. Il tradimento con Maurizio, ad esempio, non si dava pace per quello.

Di questo aveva discusso a lungo con Eleonora, che aveva dato una serie di spiegazioni valide o almeno accettabili. Lei inizialmente accettava il discorso, ma poi continuava a tormentarsi. Anche in quell’istante, nonostante l’immensa emozione che provava per l’incontro imminente con Sebastiano, per un pressante senso di colpa voleva nuovamente interrompere questo filo che si era appena riannodato. Il suo stato d’animo era diviso a metà, vi era una costante lotta fra il bene, almeno quello ipotetico, e il male, sempre ipotetico ed idealizzato, anche se l’unica che ne usciva sconfitta era lei. Queste lotte erano quotidiane, si accendevano di giorno e di notte e spesso l’insonnia causata dai mille pensieri era compagna degna di tali notti. Voleva comunque combattere, voleva cambiare qualcosa, almeno voleva provare a farlo.

Era ancora pomeriggio, il pranzo era saltato, nessuna voglia di preparare, meglio una camminata in centro, per distrarsi e per fare passare il tempo. Il suo aspetto non era dei migliori, questo lo vedeva quando la sua immagine scivolava sulle vetrine, i manichini sembravano avere più curve di lei. Passava veloce da una vetrina all’altra, si allungava e si allargava, seguendo i capricci dei vetri. Si divertiva, era un modo per rilassarsi e soprattutto per fare passare il tempo. Un caffè amaro, un altro minuto era passato.

D’improvviso il suo cellulare vibrò per un messaggio. Senza badare a nulla prese immediatamente il telefono. Subito pensò ad un messaggio di Sebastiano, a una sua rinuncia o un altro contrattempo, invece era Eleonora che fissava l’ora per l’appuntamento: “Ore 19,00 da te, porto io la cena, Ele.”

Questo messaggio la rassicurò, il tempo stava passando, la sera era vicina, anche il giorno seguente era più vicino. Ancora un giro attorno al quartiere e poi a casa, non doveva preparare nulla, solo apparecchiare e aspettare. Il suo sguardo rimase incollato alla foto del suo matrimonio, la gioventù di un tempo. Il sorriso ingiallito da un raggio di sole che cadeva sulla tela, un abbraccio fra due essere umani, con la speranza di diventare tre. E poi il nulla. Fino al tradimento con Maurizio.

Marta aveva fatto di tutto per farsi scoprire, i messaggi erano frequenti, gli squilli a casa anche, ma Alberto era sempre preso dai suoi giochi e dal calcetto che non si accorgeva di nulla. Perfino l’intimità era incredibilmente piatta. Marta non cercava Alberto e lui non cercava Marta, ma questo fin dall’inizio del loro matrimonio. Possibile che lui non si fosse accorto di nulla? Una volta addirittura, Marta era tornata a casa dopo un pomeriggio di fuoco con Maurizio, con la schiena piena di graffi, forse addirittura segni di morsi, Maurizio era a volte possessivo e violento nei rapporti. Eppure Alberto, nonostante Marta inconsapevole dei segni girasse seminuda per casa, per andare a fare la doccia, non si era accorto di nulla.

Fortunatamente il campanello urlò, Eleonora era arrivata, cosi il pensiero fu accantonato nella sua mente, lasciando il posto a qualcosa di più bello. L’amica si presentò con tutta la sua mediterranea presenza e la sua mediterranea cultura, infatti, le sue mani portavano vassoi accuratamente coperti, zeppi di ogni ben di Dio, dalla pasta al forno alla parmigiana, vitello tonnato, peperonata, e una magnifica torta fatta in casa. Eleonora voleva coccolare la sua amica, farle capire che le voleva bene e il cibo era un modo. Sapeva che Marta aveva bisogno di parlare, di confrontarsi, di esprimere i suoi disagi e le sue aspettative.

L’amicizia, che meravigliosa avventura!

Dopo una mangiata abbondante e una chiacchierata superficiale, Eleonora, lentamente ma decisa, cominciò ad incalzare Marta con domande sempre più precise.

Marta, cosa ti è successo? Ma ti sei vista? E non solo tu, guarda la casa come è ridotta!”

Eleonora, sono praticamente distrutta, mi sembra evidente, ormai non riesco più a vivere, il mio tempo sta scadendo hai capito?”

Eleonora si sentì colpita da quella frase, il suo tempo era scaduto davvero e ormai non vi era nulla da fare. Sapeva che Marta non voleva offenderla o altro, ma per rievocare i ricordi soprattutto quelli brutti, basta una parola. Comunque la sua tempra e la sua personalità le permisero di incassare il colpo ed andare avanti nel discorso.

Dimmi Marta: che cosa hai intenzione di fare? Sei una donna sposata, ancora bella certo, ma sposata. Quindi? Mi sembra che Alberto sia chiaro nei suoi atteggiamenti, non vuole figli, non ne vuole.”

“…Lui no…ma altri?”

Eleonora rimase in silenzio per un attimo.

Chi vuole dei figli? Sebastiano? Sei sicura? Ti ricordo che già una volta sei rimasta scottata, vuoi ripetere l’esperienza?”

Marta era imbarazzata, Eleonora percepiva questo imbarazzo, non voleva insistere, non voleva mettere il dito nella piaga, ma vedeva l’amica veramente provata e decisa a farsi del male. Marta ad un certo punto iniziò a raccontare, ne aveva veramente bisogno. Parlare di Sebastiano all’amica era un modo per vederlo accanto a sé in quel momento. Quando pronunciava il suo nome, le sue labbra baciavano l’immagine che si formava nella sua mente e le sue mani accarezzavano i capelli ricci, tenuti a bada dalle forbici, che tranciavano ogni ribellione. Parlare di lui, ripetere anche le stesse parole già dette, per rievocare. L’amica ascoltava.

Eleonora, ora voglio andare avanti con Seb, voglio vederlo. So che è sposato e che ha figli, ma potrebbe innamorarsi di me, che cosa ho che non va? Cosa ho di sbagliato?”

Di sbagliato hai che cerchi uomini sbagliati, ecco cosa hai, ti rendi conto di cosa stai facendo? Non voglio fare la moralista, ho solo paura che lui ti usi come Maurizio.”

No, lui è diverso, non è come gli altri. E’ di una dolcezza mai vista prima, dovresti vederlo. Poi come mi guarda! Ha uno sguardo che ti avvolge tutta, non ho mai provato una sensazione del genere, è sempre gentile, premuroso, divertente, e poi anche…”

Basta, non voglio sapere altro, almeno per ora. Quante volte vi siete visti?”

Pochissime, due volte forse, ma domani ci rivedremo!”

Domani? Sei sicura di essere in condizione? Stai attenta, non fare cavolate!”

Sto benissimo, non ho alcun problema.”

Eleonora sapeva che era inutile insistere, quando Marta si impuntava su una cosa non vi era verso di farle cambiare idea, doveva sbattere il naso e romperlo fino a sanguinare.

Va bene, fai quello che vuoi, ma domani, dopo che lo vedi, ne parleremo, ok? E io terrò il cellulare acceso tutto il tempo.”

La serata continuò un po’ più tranquillamente, finché l’ora tarda costrinse le due amiche al congedo. Marta doveva affrontare la notte, voleva e doveva riuscire a dormire, non voleva arrivare completamente sconvolta dalla mancanza di sonno all’appuntamento. Quasi in preda dall’ansia nell’attesa del domani, si fece una doccia calda come coccola lasciando che il vapore riempisse tutta la stanza come per oscurare e nascondere tutte le paure. Dopo una frizione su tutto il corpo, con crema idratante profumata, si preparò una tazza di camomilla bollente.

Mentre sorseggiava, teneva la grande tazza fra le mani e immaginava la mattinata, l’incontro con Sebastiano.

Chissà come si vestirà? Chissà cosa mi dirà? Chissà se mi ama?”

Quanti chissà persi nel vuoto! Poi lentamente il sonno la colse, avvolgendola come una leggera coperta di lana, regalando tepore e tranquillità. Da tempo non dormiva così, da tempo non faceva dei sogni così belli, così intensi, così caldi, così erotici. Il protagonista non era Alberto, no, proprio no.

Anche dall’altra parte della città, qualcuno fantasticava, sognava, anche se alla fine il sonno vinse su tutto, rischiarando menti e pensieri.

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