Marta che guarda il cielo – Terza puntata

Capitolo 3°

 Il sonno arrivò poco prima della sveglia, che ruppe un russare lieve ma continuo. Il cervello di Marta, subito attivo, organizzò ogni dettaglio. Il bagno la vide protagonista più del solito, lo specchio, però, lasciava trasparire stanchezza e paura. Lo specchio dice sempre la verità, è bello vedere la verità a venti anni, anche a venticinque, anche a trenta forse, ma allora la verità spaventava  la donna. Gli occhi sentivano il peso delle lacrime versate in silenzio, anzi, sembrava che queste lacrime avessero lasciato solchi profondi come fiumi in secca, mascherate dall’espressione di un sorriso. Crema idratante, fondotinta, rimmel. Come si trucca l’anima? Marta sorrise a questo pensiero, l’unico trucco per l’anima è la felicità, l’amore ma lei non sapeva dove acquistarlo.

Spalmò sapientemente i trucchi artificiali. Era bella, ancora molto bella, in realtà le poche rughe rendevano il suo viso meraviglioso, vissuto, ma non fino in fondo, sofferente ma speranzoso, infatti gli occhi brillavano, luccicavano, parlavano. Alberto non lo capiva, non lo vedeva. Passava sopra a tutto, come i carri armati dei suoi giochi. La sua non era cattiveria o altro, era semplice egoismo maschile, egoismo arcaico, culturale. Un uomo, semplicemente un uomo. Un ultimo tocco alle labbra per coprire questo pensiero, un bacio dato con la mano ad Alberto, ancora sonnacchioso e con la notte ancora attaccata addosso, e poi via, in auto, con una scia di profumo che avrebbe anestetizzato uno sciame d’api. Chissà cosa voleva coprire realmente. L’odore di feromoni? Il profumo di eccitazione?

 Marta era ben conscia di tutto questo. Donna intelligente, sempre presente a se stessa, divorata da pensieri grandi, di difficile gestione. Una mezz’ora d’auto nel traffico mattutino, caos fuori dall’auto e dentro l’auto. Lo sguardo spesso cozzava contro lo specchietto retrovisore, era ancora combattuta, disturbata dal suo atteggiamento e dalla sua intenzione. Ancora non aveva dato conferma definitiva a Maurizio, bastava schiacciare un tasto per tornare alla normale routine. Rinviò ancora la decisione, anche se in realtà questo temporeggiare accresceva solo l’ansia.

 Entrò in classe. Gli studenti quel giorno erano un gruppo di manager di una ASL  delle vicinanze. Uomini, tutti uomini, la loro età era compresa dai quaranta ai cinquanta anni. Molti avevano l’atteggiamento sinistroide antico, evidenziato non tanto dal comportamento, ma dal loro modo di essere vestiti. Giacca di velluto a coste larghe di colore marrone e pantaloni identici, consumati sui gomiti e sulle ginocchia. Ovviamente non poteva mancare una camicia chiara aperta sul collo senza cravatta, calze bianche e una immancabile spolverata di forfora sulle spalle.

 Marta odiava il colore marrone, odiava insegnare in queste classi, ma per sua ideologia e difesa, cercava di trovare qualcosa di divertente in ogni cosa che faceva. Quindi si armò di pazienza, di ironia, e, prima di iniziare la lezione sul verbo essere e sul verbo avere,  prese il cellulare e scrisse : “ Ore 13.00 al  Bar Oasi, anche per pranzo se vuoi.”

 La risposta fu immediata “ Ho molta fame, ci sarò.”

Un sussulto, un tuffo al cuore e poi il dito pigiò sul tastino e il cellulare si spense, spegnendo la sua luce fioca, ma accendendo ricordi.  La lezione fu di una noia a dir poco mortale, gli studenti erano attenti, diligenti, fin troppo attenti, ma maledettamente prigionieri dentro schemi mentali che li rendevano fastidiosi. Marta si adattava agli schemi, anche se li odiava, combatteva quotidianamente per rinforzare la sua libertà, ma gli schemi e le regole le cadevano addosso come neve dai tetti, in periodo di disgelo. Rimaneva poi ghiacciata e bloccata da queste regole e allora combatteva di nuovo e di nuovo rimaneva congelata e così da sempre.

 La sua attenzione fu attirata da uno studente particolarmente diligente, che, nel ripetere ad alta voce I have, you have e via dicendo, sputacchiava sul banco ed sul quaderno piccole goccioline bianche, che in poco tempo avevano riempito tutto. Marta aveva voglia di ridere, ma si trattenne, le tredici erano vicine ormai. Dieci minuti prima della fine della lezione congedò i suoi studenti, invitandoli alla puntualità per la ripresa delle lezioni. Consigliò poi un bar dove il cibo era buono e il prezzo anche, esattamente dalla parte opposta del bar dove lei doveva incontrare Maurizio.

Una puntata in bagno, una rinfrescata al trucco, una mano sopra la coscienza e via al bar Oasi.

Pochi minuti di strada ed ecco il locale. Marta era agitata, anche se ostentava sicurezza. La sua maglia rossa di cotone, stretta al punto giusto, metteva in evidenza un seno sodo e statico, la maglia era accollata, il décolleté era coperto, ma invitante ugualmente. Jeans attillati azzurro chiaro, scarpe nere con qualche centimetro di tacco e borsa grossa, sportiva, anch’essa di jeans, così capiente che anche i suoi pensieri potevano perdersi.

 Entrò, il locale era praticamente una serie di vetrine in fila, le tende gialline, in tinta con l’arredamento, il bancone  lungo e colorato mettevano allegria.  Maurizio sicuramente avrebbe ritardato, la puntualità era una parola priva di significato per lui. Si sedette e disse al barista che aspettava per ordinare, visto che aspettava una persona. Prese solo mezzo litro di acqua frizzante. Mentre sorseggiava, osservava divertita e stupita il barista, Tony, uomo sui trentacinque anni, alto circa un metro e settanta, capelli cortissimi, viso tondo, occhi grandi come albicocche, sorriso vispo, una leggera pancetta coperta da una maglia arrotolata. Tony non aveva occhi che per sua moglie Cinzia, donna bionda, sinuosa, felina, con una coda cavallina che donava movimento ed eleganza ad ogni sua movenza. I loro sguardi passavano anche attraverso gli occhiali, si coccolavano a vicenda. Un gesto colpi Marta più degli altri: Cinzia sbucciò una mela e poi mentre Tony lavava i bicchieri, lo imboccò amorevolmente, sorridendo e giocando con lui.  Marta provò una forte invidia, a volte un gesto cosi semplice può allungare la vita di dieci anni. Mai Alberto aveva compiuto un gesto del genere, mai.

 “ Buongiorno principessa!”

 Queste parole riportarono Marta alla realtà, Maurizio ora era davanti a lei e si stagliava nella luce del pomeriggio.

 “ Ciao, eccoti, sei in ritardo di pochi minuti, sei sicuro di stare bene?”

 “ Ho fame, ho fame!”

 Maurizio aveva quarantacinque anni. Era alto, almeno un metro e ottantacinque, capelli brizzolati lunghi, che cadevano sulle spalle, barba sale e pepe perennemente incolta, occhi chiari, quasi trasparenti, magro, fin troppo magro, dentatura irregolare, viso lungo e segnato da profonde rughe, abbronzato. Intelligenza pragmatica, con slanci di fantasia che poi tornavano alla realtà, capace di regale emozioni, accogliente a volte, sfuggente altre. Lavorava  in banca come dirigente, ribelle anche lui, non metteva mai la cravatta, nemmeno per le cerimonie. I due si baciarono sulle guance e si sedettero al tavolino rotondo. Immediatamente Toni prese le ordinazioni: due piatti di orecchiette con i broccoli.

Maurizio…chi era costui? E che tipo di rapporto aveva con Marta? E perché questo incontro nascosto?

 “E’ passato un anno, avevi detto che avresti cancellato il mio numero…” disse Marta, sorseggiando la sua acqua.

 “Non sono riuscito, io non dimentico, non dimentico i momenti belli!”

Cinzia arrivò con i due piatti di orecchiette, che appoggiò davanti ai commensali che ringraziarono educatamente.

 “Quanto tempo hai?”

 “Un’ora circa, devo riprendere la lezione alle due.”

Il sapore fumante dei piatti divideva i due, una barriera quasi invisibile, ma nello stesso tempo spessa, intensa, come il sapore che stavano gustando, barriera però facilmente superabile, bastava un soffio a farla sparire. Marta fu presa dai ricordi, in pochi secondi riaffiorano le emozioni vissute con Maurizio, conosciuto in banca, diventato poi suo amante, per tre lunghi anni.

Marta era caduta nella sua rete, Maurizio era un gran seduttore, un gran venditore di aria fritta. Aveva promesso di separarsi dalla moglie, essendo anche lui sposato e con tre figli, e aveva addirittura promesso una maternità. Non subito, questa promessa era venuta dopo, quando Marta, dopo i numerosi incontri clandestini, dove si consumavano rapporti sessuali caldi, focosi, estremamente goduriosi, divorata dai sensi di colpa, aveva  detto a Maurizio che la storia doveva finire. Maurizio, da buon intenditore di donne, aveva intuito quale fosse il desiderio più grande di Marta e aveva promesso di separarsi, di lasciare la moglie e andare a vivere insieme a lei, in una casa tutta loro, dove potevano crescere i loro figli e mettere dentro gli armadi tutti i vestiti che volevano, alla rinfusa, senza dividerli per stagione. Poi le aveva promesso dei gatti, a Marta piacevano tanto, le aveva detto che li avrebbe fatti giocare con loro e le avrebbe fatti dormire nel letto. Le parlava in continuazione dell’arredamento della stanza dei bambini: pareti colorate di arancione e azzurro e una parete tutta bianca, su cui scrivere, pasticciare e poi ricolorare e poi ancora un lampadario a forma di paracadute, con Paperino attaccato sotto…

Maurizio aveva anche affittato un appartamento, un po’ in periferia, ma luminoso, con due sole stanze in verità, ma all’inizio sarebbe andato bene. Marta ormai stava per confessare tutto ad Alberto, ignaro di tutto, anche se lei non aveva fatto nulla per non farsi scoprire. Lasciava spesso il cellulare a casa, acceso, senza cancellare nessun messaggio, né ricevuto né inviato, a volte, prima di uscire per incontrare Maurizio, ostentava una grande eleganza seduttiva e chiedeva addirittura al marito un parere sulla sua sensualità e se poteva piacere ad un uomo oltre lui. Alberto, immerso nei suoi giochi e nella sua quotidianità, non si rendeva conto di cosa stava accadendo e di cosa era già accaduto. I suoi atteggiamenti allontanavano sempre di più Marta, ormai completamente persa nelle braccia di Maurizio, solo nelle braccia però…

L’appartamento affittato aveva sostituito i numerosi hotel o l’auto. Marta si vergognava ad andare negli hotel, si sentiva gli occhi puntati addosso, si considerava una donnaccia, ma lei amava veramente Maurizio e credeva nel progetto di vita che lui le aveva promesso.

 Spesso durante gli amplessi, diceva: “ Mi ami? Dimmelo, Maurizio!”

 “ Sì, ti amo” rispondeva Maurizio, regalando alla donna momenti di felicità pura.

 Sentirsi amata, anche questo era un sogno, un desiderio di Marta, sentire il proprio uomo presente, capace di prendere decisioni, dolce e fermo nello stesso tempo, un uomo capace di coccolare e di frustare se necessario, ma buono, paterno e amorevole. Il modello era quello di suo padre, uomo di una dolcezza e fermezza incredibile, che l’aveva tirata su da solo dopo la morte precoce della mamma. Il padre non si era mai risposato e con mille difficoltà era riuscito a educare la figlia e mantenerla agli studi, morendo poi anche lui in un tragico incidente.

Un giorno d’inverno, mentre si recava al lavoro, dopo aver lasciato Marta, che a quel tempo era già laureata ed insegnava presso un altro istituto, al lavoro, la nebbia e forse il gelo lo avevano fatto schiantare contro un trattore proveniente da una via laterale. Il trattore aveva continuato la sua corsa dopo aver travolto la Panda, uccidendo il malcapitato. Marta si era sentita incredibilmente in colpa per l’incidente e dopo poco aveva conosciuto Alberto, che in quel momento era stato un’ancora di salvezza, trasformatasi poi in una boa zavorrata al fondo dell’oceano. Alberto aveva rappresentato, almeno in quel momento, l’inizio di una nuova vita.

 Anche Maurizio dopo la finta promessa si era rivelato l’uomo che era veramente, ancorato a ritmi e situazioni, incapace di lasciare la moglie, capace solo, in modo egregio, di prendere in giro l’amante. Una sera, dopo un amplesso particolarmente movimentato, Marta aveva preso di petto Maurizio.

 “Ormai è da sei mesi che abbiamo affittato la casa, cosa hai detto a tua moglie? Io domani dico tutto ad Alberto, non ha capito nulla. Maurizio, voglio vivere con te, la mia vita è con te, domani o dopo domani mi trasferisco qui!”

 “Aspetta, aspetta è ancora presto, non ho ancora detto niente a mia moglie, sai ci sono i figli di mezzo… sono piccoli e potrebbero patire, meglio andare cauti.”

Maurizio aveva risposto senza avere il coraggio di guardare Marta in viso. Allora lei si era alzata dal letto, nascondendo la sua nudità con le mani, faccia in giù, sguardo chino, aveva preso gli abiti, era andata in bagno e si era vestita con calma. Maurizio da dietro la porta le aveva chiesto se tutto andasse bene. Marta poi aveva aperto la porta e, senza nessuna apparente emozione, era passata  oltre Maurizio, incapace di trattenerla, ed era uscita di casa.

 Solo in quel momento, un sms dell’uomo aveva rotto il silenzio della notte in auto “Allora è finita?”

“Ho già cancellato il tuo numero, fai lo stesso, forse non sei mai esistito.”

 Poi un pianto dirotto aveva sconvolto anima e corpo  Marta. Si sentiva usata, sfruttata, sporca, una donnaccia, una puttana, una ingenua, un’incapace, una non madre. Aveva dovuto fermarsi per ricomporsi prima di arrivare a casa, Alberto, nonostante la sua cecità, avrebbe notato il trucco abbondantemente sbavato e forse avrebbe sentito anche il profumo speziato di Maurizio, profumo che prendeva le narici, oltre a prendere in giro. Aveva lasciato l’auto un po’ lontano da casa, voleva camminare, l’aria tiepida della notte  entrava dentro di lei, si sentiva violata, tradita, umiliata e tremendamente in colpa. Ricordava perfettamente il suo varcare l’uscio di casa, Alberto addormentato, posizionato in posizione fetale, la risata sommessa ed ironica che era uscita dal profondo di se stessa. Una doccia calda, lunga, con abbondante sapone e lacrime e poi un desiderio, scivolato nello scarico dell’acqua, via veloce, fino alla fogna.

Il sapore delle orecchiette la riportò al bar, con Maurizio davanti a lei, che la guardava con occhi languidi e vogliosi. Il suo sguardo andava oltre la maglia di Marta, entrava dentro il reggiseno e sfiorava i capezzoli, per poi scendere più giù, fino all’ombelico e poi ancora… Era evidente che anche Maurizio stava ricordando i numerosi e gustosi amplessi, ma che cosa voleva ancora? La bocca si riempiva di orecchiette, mentre gli occhi si riempivano di Marta. A Maurizio piacevano entrambe le cose, il cibo e le donne, cibo raffinato e donne raffinate. L’uomo masticava lentamente, impastava con la lingua il cibo, mentre una mano, quella libera, si posizionò vicino a quella di Marta.

 “Giornata calda per essere primavera!” disse Maurizio, dopo aver deglutito orecchiette e ricordi.

 Una risata uscì dalla bocca di Marta, risata che fece voltare Tony e Cinzia, che trafficavano con i bicchieri.

 “Hai aspettato un anno per parlarmi del tempo? Mi sembra un tempo molto lungo!”

 “No, no, era per rompere il ghiaccio. Come va? Dimmi, sei ancora sposata con… Antonio?”

 Altra risata di cuore da parte di Marta che rispose divertita: “ Alberto si chiama Alberto, si siamo ancora sposati, e tu? ”

 “Sì, ancora sposato.” disse Maurizio, quasi vergognandosi della sua risposta, infatti, chinò la testa, mordendo con forza il bocconcino di pane.

  “ Beh! Allora non è cambiato nulla, sono contenta per te!”

 La conversazione scivolò sul banale, meteo, lavoro, capelli bianchi, fortunatamente il tempo passò e il pranzo finì. Marta si accorse degli sguardi di Maurizio, si accorse delle voglie di lui, ma si accorse anche che il suo sentimento per lui in realtà non era mai esistito, o meglio, la storia era passata attraverso il corpo,  era scivolata apparentemente sul sentimentale, quando la promessa di maternità aveva infarcito d’amore fasullo il tutto, completando il condimento, con la promessa di separazione da parte di Maurizio.

I due si alzarono dal tavolo, mentre l’odore dei toast degli studenti riempiva e saturava l’aria del bar, il profumo di prosciutto usciva dalla porta, insieme alla coppia, che si lasciò con la promessa di rivedersi, presto, molto presto. Un semplice bacio sulla guancia, che permise a Marta e anche a Maurizio di far affiorare un altro ricordo, e poi via, ognuno verso la propria destinazione, lei la scuola per la lezione ai dirigenti, lui il suo lavoro. Come un tempo.

 Il pomeriggio passò noiosamente, Marta, mentre spiegava il verbo essere a uomini vestiti in velluto marrone, guardava fuori dalla finestra e già immaginava come organizzare il resto della giornata. Finita la lezione, si diresse a casa, Alberto era ancora al lavoro, quindi la donna indossò una tuta, la sua preferita, una completamente grigia, legò i capelli e prese la sua bicicletta.  Casa sua era a pochi chilometri da un meraviglioso parco. Una ciclopista piena di buche accanto ad una strada trafficatissima iniziò a condurla verso il parco. Il rumore delle auto era fastidioso, anche gli scarichi e la polvere, le gambe spingevano sopra i pedali. Marta voleva uscire dal traffico ed entrare nella tranquillità del verde. Dopo pochi chilometri una viuzza vietata al traffico delle auto entrava nella tranquillità dell’oasi.

 Marta adorava sentire il ronzio del vento che accarezzava le sue orecchie, entrava nelle pieghe più interne e creava quel suono particolare, un suono che faceva compagnia, e poi il sibilo delle ruote sull’asfalto ormai consumato, una esse che si allungava all’infinito. Era incredibile come la striscia grigia che entrava nel bosco sembrasse un enorme serpentone pigro, adagiato nel verde, a tratti brillante e a tratti sbiadito.

 Marta cercava di distrarsi, guardava intorno a sé e scopriva come la natura, dopo il freddo inverno, si stesse risvegliando. Il suo distrarsi era del tutto vano, ogni cosa, ogni essere vivente, ogni movimento, riconduceva alla vita, al sesso, all’amore. Situazioni fondamentali per il concepimento. Gli alberi ancora scuri nella parte legnosa, ospitavano piccole gemme verdi che a loro volta erano spettatrici di danze rituali di corteggiamento di piccoli volatili, suoni metallici e melodiosi, odore di resina, forte intenso, farfalle rosse e nere che volavano in coppia, nugoli d’insetti che si rincorrevano nervosi, scoiattoli vispi, intenti alla ricerca di ghiande, ancora profumo di funghi, e tanta, immensa solitudine.

 Provò a lasciare le mani dal manubrio, allargandole a mo’ di ali, ma era evidente che non riusciva a volare nemmeno per finta. Infatti rischiò di cadere, ogni tentativo falliva miseramente. La sua corsa si fermò poi sotto casa, davanti alla porta del garage, porta che aprì per entrare. Sentì l’odore di auto, posò la bicicletta lasciando attaccata alla sella un po’ di libertà e poi entrò in casa.

 Qui, ancora sola, si spogliò, gettando gli indumenti alla rinfusa, poi il suo corpo si scontrò con lo specchio e si vide ancora bella, ancora tonica, ancora sola. Alberto non era ancora rientrato, quella sera il calcetto avrebbe preso posto dei video giochi. Una doccia calda, caldissima, con l’acqua che scorreva lungo il collo, per poi scendere in basso, fino a raggiungere luoghi poco toccati da pelle umana.

Marta non si capacitava di questo. In realtà non era affatto assettata di sesso o altro, ma il desiderio, emozione normale in una donna o in uomo sani, fra lei ed Alberto non esisteva più. Dopo il tradimento, provando un senso di colpa enorme che la divorava secondo dopo secondo, aveva provato in tutti i modi a ricompattare e sistemare il rapporto, ma nulla da fare, nulla. Alberto era sempre preso dai suoi giochi e dalla cronica mancanza d’iniziative. Incapace di prendere decisioni, incapace di diventare padre. Ormai i rapporti erano quasi nulli, qualche coccola ogni tanto. Aveva sospettato che Alberto avesse un’altra donna, più che un sospetto era un cercare una giustificazione di cotanta assenza fisica. Nulla, Alberto era perfetto, pulito, lindo. Tutto casa e video giochi. Nulla di più. 

Anche la doccia finì, l’accappatoio morbido fu l’ultima coccola della giornata. Tuttavia una sorpresa gradita emozionò nuovamente Marta: il suo cellulare lampeggiava, era arrivato un messaggio. Aprì lo sportello del cellulare ed il suono ruppe il silenzio della stanza. Un piccolo bagliore e poi il dito sul tastino, con un’emozione adolescenziale. “ Sei sempre bella, vorrei rivederti. M.”

     Marta non rispose, anzi, cancellò immediatamente il messaggio e spense il cellulare, Alberto era in arrivo ormai. Quella sera, era una sera speciale. Aveva deciso di chiedere, per l’ultima volta, il concepimento di un figlio. Non avrebbe mai detto ad Alberto del suo tradimento, anzi, avrebbe chiesto un figlio. Questo era l’ultimo tentativo di riconciliarsi. Un suo no avrebbe chiuso definitivamente il matrimonio, un suo sì avrebbe aperto il rapporto a nuova vita.

Erano le otto di sera, Marta cenò da sola. Le ventuno, ancora nulla, quindi prese il cellulare e provò a chiamare Alberto, che dopo numerosi squilli rispose.

 “Pronto, dimmi!”

 “Ciao, ma dove sei? Non è ancora finito ‘sto calcetto?”

 “Ma non ricordi? Siamo in finale, c’è la premiazione dopo!”

 “Ah! E quando arrivi?”

 “Non so, non so proprio, dopo andiamo a farci una birra e anche una pizza, siamo forti, possiamo vincere, siamo in finale ti rendi conto? Siamo in finale!”

“Sì finale, finale… Ciao, vado a dormire.”

“Ciao!”

 Con un gesto automatico, chiuse il cellulare e chiuse, almeno per il momento, con il mondo.

 Quasi priva di sentimento prese una compressa di ipnoinducente, tempo prima la sua insonnia era diventata pesante ed il medico le aveva prescritto un farmaco, per ovviare a questo problema. Un sorso d’acqua, accompagnato da un po’ di solitudine andata per traverso e poi sotto le coperte. Le lenzuola odoravano di fresco, di ammorbidente ai fiori, il profumo di lavanda era il più forte, anche se il profumo preponderante era quello di una donna sola.

Fra 10 giorni la terza puntata

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