Marta che guarda il cielo – Settima puntata

Capitolo 7°

Quella mattina la sveglia non urlò la sua rabbia, Marta la spense prima del trillo, era già sveglia. Un velo di rossetto, una sporcata di mascara, un po’ di profumo e via. La scuola l’attendeva. Marta avrebbe fatto compresenza nella lezione con Eleonora, una collega speciale. Una tenera amicizia legava le due donne. Eleonora, donna più che mediterranea, capelli neri come la pietra lavica, occhi scuri, forme abbondanti e pelle olivastra. Il tutto contrastava egregiamente con il rosso che indossava elegantemente. Eleonora non aveva né un compagno né figli, ma un cuore ed una intelligenza così grandi da far impallidire chiunque. Le sue scelte erano tutte ponderate, la sua solitudine voluta. Portava dentro di sé un gene, un gene terribile, di una malattia rara, non voleva trasmetterlo a generazioni future e non voleva dividerlo con nessuno, nemmeno con un compagno o marito. Sempre coerente con le sue scelte, apparentemente fredda e cinica, era invece passionale e prodiga di affetto. Le due donne spesso lavoravano assieme e dividevano onori e oneri in egual misura.

La lezione iniziò. Marta lesse l’appello, un fremito la colse quando lesse il nome di Sebastiano, che rispose con il suo sorriso e un “presente!”. Eleonora si accorse di qualcosa, di quello sguardo nascosto fra le ciglia, ma che arriva al cuore. La lezione proseguì per un’ora, fino all’intervallo, che ruppe la monotonia con il suo suono squillante. Solo allora Sebastiano si presentò vicino alla cattedra e Marta poté notare il suo aspetto: la barba era lunga, insolitamente lunga e i capelli erano spettinati e si ondulavano, crescendo sulla nuca e sulle tempie. Non era da Sebastiano questo aspetto, i suoi occhi brillavano come sempre, ma un velo oscurava la luce di qualche tempo prima. Anche il sorriso era un po’ diverso, le pieghe della labbra nascondevano qualcosa. Una stretta al cuore impedì a Marta quasi di respirare, ma non impedì di sentire il profumo acidulo e pungente di Sebastiano, profumo di lavoro, di fatica contenuta, di qualcosa di inespresso.

Sebastiano disse solo “Ciao prof !” ma poi un sms lo distrasse da quella situazione, un timido saluto e tornò al banco.

La lezione proseguì come tante altre, alla fine l’uomo salutò con un cenno ed uscì, portandosi dietro sorriso ed enigmi. Eleonora osservò la scena, ovviamente non capiva, ma aveva intuito che quell’alunno in qualche maniera aveva attraversato una barriera, una barriera emotiva. Il giorno seguente vi sarebbe stata un’altra lezione, quindi le danze si sarebbero aperte di nuovo, sempre se si dovevano aprire.

Sebastiano uscì dall’edificio, teneva il cellulare in mano, lo stringeva. Camminava lentamente, il sorriso si era spento, anche se qualcosa dentro di lui era meno grigio, meno ombroso. L’auto sembrò fagocitarlo, la sua sagoma e la sua anima vennero inghiottite e sparirono. Poi un colpo di acceleratore lo condusse lontano dagli occhi di Marta, che era scesa per salutarlo. Quando la donna vide il baule sparire dietro il palazzo, un senso di abbandono la colse, uno sguardo nascosto da un velo impercettibile di lacrime luccicò colpito dalla luna.

Marta non capiva cosa le stesse accadendo. Ormai era tardi per parlare con Eleonora, ma forse non ne aveva nemmeno voglia, era tardi e anche la luna era coperta da pesanti e spessi nuvoloni, che minacciavano pioggia e fulmini. Poco dopo, infatti, le prime gocce, pesanti come uova, rumorosamente iniziarono a bagnare la strada, liberando un profumo di temporale antico come il mondo. Un fulmine illuminò la via, il suo zigzagare squarciò i pensieri ormai assonnati e stanchi. Marta arrivò a casa, si infilò nel letto dopo una coccola, una doccia calda, per togliersi di dosso chissà cosa. La casa non era vuota, Alberto era già nel letto. Dormiva. La tv accesa, i video giochi ancora collegati, il lavandino pieno di piatti sporchi, odore di fumo, casa piena, vita vuota.

Anche Sebastiano arrivò a casa, la moglie lo attendeva felice, sorridente, timidamente gioiosa, discreta, ma amabile e serena, poco conscia del malessere del marito, che magistralmente o per abitudine, mascherava. Era infelice? Sicuramente inquieto. La sua inquietudine era dovuta a molti fattori, che combinati assieme creavano un mix di emozioni vorticose e nello stesso tempo rallentate. Egli adorava comporre musica, comporre spartiti e opere intere. La sua musica sgorgava dalle sue dita e si formava nel foglio con un’armonia e una gioia di incredibile potenza. Scriveva intere pagine di musica, che poi suonava al computer, alla musica associava le parole, delle storie bellissime, forti, vive, emozionanti.

Passava ore ed ore a comporre e scrivere, lo faceva da sempre, dall’età di dieci anni. Trovava bellissime le sue creature, spesso vedeva i personaggi danzare e vivere, quando usciva, quando lavorava, quando viveva, ma il problema era che solo lui e pochi intimi ascoltavano e leggevano la sua musica o leggevano i suoi scritti. Questo suo dono lo tormentava, lo stava distruggendo. Spesso si chiedeva: “Perché compongo e scrivo se poi nessuno legge o ascolta? Cosa vuol dire ciò che compongo e ciò che scrivo?” A volte era tentato di abbandonare tutto, musica e scrittura, ma poi le sue mani, come spinte da una forza superiore, si muovevano sulla tastiera e componeva, creava, costruiva. Quella sera no, era ferito, afflitto. Uno sguardo in alto oltre le tende, accompagnato da una preghiera, lo condusse fra le braccia di Morfeo. “Domani è un altro giorno.” pensò.

Lascia un commento