Marta che guarda il cielo – Sesta puntata

Capitolo 6°

Il giorno dopo niente corso per Sebastiano, solo lavoro, noioso e pedante, e famiglia, parentesi dolce in un’amara giornata, ma niente sogni, solo realtà. Passo lento, corpo curvo, movimenti lenti, grigio nella mente, sprazzi di gioia tagliati dal grigio imperante.

In quel periodo anche un uomo era apparso, conosciuto del tutto casualmente, nella vita di Sebastiano. Un uomo, un quasi coetaneo: Gabriele. Misterioso, strano, capace di guardare dentro. Sebastiano era spaventato ma stranamente incuriosito, le parole dette da Gabriele risuonavano e rimbalzavano nella sua mente. Si erano visti solo due volte, ma quei due semplici incontri, in qualche maniera, avevano mutato qualcosa, una rotta, dei pensieri, delle idee. Qualcosa era accaduto: la nascita di un’amicizia, evento alquanto raro vista l’età dei due uomini. Era un’amicizia profonda, incredibilmente viva e partecipe, dove i livelli di intimità emotiva erano altissimi.

Anche Marta riprese la sua giornata. Per lei niente scuola, niente corsi, niente studenti, solo boxer, canottiere, camicie e calzini sporchi da lavare, oltre ai piatti della sera prima da lavare, insieme alla coscienza, per l’incontro con Seb. Marta si concesse qualche ora di sonno in più, la sveglia non sconquassò il suo cervello, quel trillo terribile non penetrò le pieghe della sua mente. Fu un raggio di sole caldo e tiepido che passò attraverso le tapparelle a farle aprire gli occhi, una carezza sugli occhi, una carezza sull’anima, l’unica della giornata. Spalancò le imposte, la luce inondò l’intera stanza, prendendo il posto dell’odore della notte e del silenzio immobile di Alberto.

Il letto era disfatto, le lenzuola aggrovigliate, come i suoi pensieri. Uno in particolare: Sebastiano. Le fette biscottate impregnate di marmellata scricchiolavano in bocca mentre il sorriso di Seb, compariva davanti ai suoi occhi. Anche la sua voce risuonava nelle orecchie, ma più che il suono, dolce anche quello e decisamente di più della marmellata, era la frase sibillina che continuava a stuzzicare la mente. “Forse non mi avevi mai perso…”

Che cosa voleva dire quella frase? Cosa provava Sebastiano per lei? Perché quel periodo di silenzio? Quanti perché! La lavatrice girava e centrifugava, mentre la polvere era aspirata dalla scopa elettrica che copriva ogni rumore esterno. L’inquietudine di Marta cresceva, si sentiva prigioniera in casa, doveva uscire, respirare aria pura, fare il pieno di luce, ma nascondere lo sguardo dietro scuri occhiali. Così fece, infatti, indossò una tuta leggera, lasciò scopa elettrica , piumino e lavatrice e via. La porta si chiuse con un sonoro rumore che lasciò dietro di sé l’immobilismo della casa.

Il parco era vicino, il prato verde brillante puntinato di azzurro. Una via piena di fiorellini selvatici la condusse nel bosco di querce. Qui l’ombra delle chiome degli alberi oscurava il sole che filtrava, tagliando l’ombra a fette irregolari, illuminando anche le idee di Marta, che continuava a pensare a Sebastiano. Cercò di spostare l’attenzione su altro, uno scoiattolo grigio la guardava, nella speranza che le mani di Marta elargissero nocciole e noci.

Marcella: era come lei ora? Sola e triste in un bosco con la sola compagnia degli scoiattoli? Una risata di cuore, amara come l’orzo senza zucchero, la scosse.  Tornò indietro a passo veloce. Questa volta non era stato lo sbattere della porta a chiudere discorsi e pensieri. Marta aveva finalmente preso coscienza della sua solitudine, oltre che del suo non essere mamma. Un binomio che faceva tremare, solitudine e mancanza di maternità, da aggiungere anche al non essere amata.

A grandi passi si avvicinò verso casa, quella sera forse sarebbe stata la sera giusta. Avrebbe detto ad Alberto che era giunto il momento di concepire un figlio, che i tempi erano maturi ormai, l’età avanzava, le decisioni si dovevano prendere. Fece una doccia calda, veloce, che non consentì neppure di godersi il gesto. Marta adorava l’acqua che scendeva sul collo, il calore sulla pelle che faceva contrarre i muscoli dell’addome e poi l’abbondante schiuma che copriva i seni, ma quel giorno no, nulla di tutto questo.

Il frigo era pieno. Prese un pezzo di arrosto di vitello, tenero come la sua anima; mentre rosolava, ripassava a mente il discorso, il profumo penetrava nelle narici e si sparpagliava nel naso, un concepimento di odori, nulla di più. Finestre aperte, per fare entrare aria e calore e per fare uscire il pessimismo che a volte la coglieva. Per evitare sorprese, Marta telefonò ad Alberto, assicurandosi che nessun impegno improvviso impedisse la cena. Un suo sì, sicuro come non mai, la elettrizzò. Tovaglia rossa, quelle della grandi occasioni, posate d’argento, piatti da corredo,  accanto all’arrosto un contorno di insalata verde, fresca ed invitante, condita con olio di Puglia e aceto balsamico, poi vino d’annata, quello della cantina, non del frigo, e tanta voglia di parlare e di essere amata.

Uno sguardo allo specchio, qualche ruga nascosta dai capelli sciolti, ma un sorriso da far impallidire chiunque, uno spruzzo di profumo e poi il campanello. Marta si diresse veloce ad aprire, Alberto doveva essere accolto come un re, magari un bacio sul pianerottolo. La porta si aprì: Alberto era in compagnia di Vincenzo, un compagno di calcetto.

“Mamma mia, che profumino! Vincenzo era solo questa sera, la moglie è fuori con le amiche e poi c’è la partita di coppa, non si può guardare da soli!”

“Spero di non essere di disturbo, Alberto ha insistito tanto, non ho potuto dire di no!” disse Vincenzo.

I due entrarono, nessun bacio, nessuna carezza, solo un senso di vuoto, di trasparenza, di impotenza.

“Nessun disturbo, io desidero tanto mangiare in tre!”

Nessuno colse la battuta ironica. Il primo, pasta con gli scampi, fu ingurgitato e polverizzato in un attimo: il calcetto toglieva tante energie. Vincenzo aveva un modo strano di mangiare gli spaghetti, succhiava rumorosamente. Marta odiava i rumori a tavola, non riusciva nemmeno a sentire il sapore del cibo, talmente era infastidita. L’arrosto fece la stessa fine, mangiato a grandi bocconi. Il Milan non poteva aspettare, infatti, il divano fu occupato dai due uomini, che con le mani ancora unte e le bocche piene si sedettero rumorosamente.

Marta lasciò i piatti quasi intatti, il tiramisù rimase in frigo, anche la sua ironia rimase freddata dalla partita. I piatti finirono in lavastoviglie, con gesti automatici. L’acqua faceva il suo dovere sulle posate e sul resto, si sentiva scrosciare, sbattere sulle pareti. Poi il silenzio della macchina e due urli dal divano. Il Milan aveva segnato, ma Marta aveva perso prima ancora del goal.

“Esco, faccio una passeggiata!”

Nessuna risposta, forse un altro goal impedì di sentire. Si precipitò fuori, per strada, con la testa piena di pensieri inespressi, che rumorosamente cozzavano con la splendida serata. Coppie mano nella mano, bimbi sorridenti, zanzare fastidiose, vita senza senso.

Il rientro a casa le diede un senso di nausea. Il divano era pieno di residui di cibo e la stanza pregna di odori di uomini e di calcetto. Sembrava fosse passato un esercito, sporco e disordinato.

Un po’ di crema idratante, a luci spente, non voleva vedere la sua immagine allo specchio, una spazzolata ai denti e poi a letto, un letto diviso a metà. Marta ebbe un pensiero che condannò e censurò immediatamente, Alberto aveva invitato apposta Vincenzo? Aveva forse intuito che lei voleva proporre qualcosa? E perché non la sfiorava più? Poi, divorata dal senso di colpa, anche solo per aver pensato una cosa del genere, si voltò verso il marito ormai addormentato… e chiuse gli occhi, cercando il sonno.

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