Marta che guarda il cielo – Seconda puntata

Capitolo 2°

Un giorno il cellulare di Marta trillò: un sms, uno dei tanti, probabilmente pubblicità Tim oppure qualche negozio che segnalava saldi o svendite colossali. Era a casa quando il messaggio arrivò, Alberto era in pausa fra una partita e l’altra. Marta prese il cellulare con un gesto automatico, anche se era proprio in questi piccoli gesti che tutta la sua femminilità si manifestava prepotentemente e si materializzava in un passo, una mano fra i capelli, un tocco sul viso o un sorriso. La vibrazione e il trillo terminarono appena schiacciò il pulsantino per la lettura… un sussulto e un tuffo al cuore, accompagnato da imbarazzo e spavento. Perfino Alberto si accorse di questo e chiese:

 “Tutto bene? Cattive notizie?”

 “No tutto bene, ho capito male quello che c’era scritto. Perché?”

 “Hai fatto una faccia, sei impallidita, chi è?”

 “Una mia collega, Claudia, è incinta, ma avevo capito male, pensavo fosse altro.”

 “Ah! Va bene, torno a giocare.”

Fu incredibile come Marta avesse inserito un suo desiderio nella bugia appena detta, la maternità era ormai un chiodo fisso, vedeva bambini e donne gravide ovunque, anche dove non c’erano, soprattutto dove non c’erano. Incredibile anche la paura nel dire queste frasi ad Alberto. Si chiese come mai si fosse insospettito. Mille paure, mille dubbi. Marta, per non destare alcun sospetto, lesse il testo, ovviamente non ad alta voce. Il messaggio diceva: “Un anno per te sembra un giorno, sei sempre splendida, sempre viva, sempre TU. Ciao  Maurizio.”

 Immediatamente il messaggio fu cancellato, il numero non era in rubrica, ma Marta sapeva bene chi era Maurizio. Non rispose al messaggio, la paura ma anche l’eccitazione emotiva impedirono la necessaria lucidità. In realtà si sentì turbata, piacevolmente turbata, vaghe ma conosciute sensazioni al basso ventre la portarono lontano, indietro di qualche anno. Cancellando il messaggio, non memorizzò il numero. Questo in parte la tranquillizzò, ma lasciò un sapore amaro in bocca, un sapore di perdita, di sconfitta. Alberto perse una vita nel suo gioco preferito ed imprecò ad alta voce. Chissà quale vita aveva veramente perso o che cosa in realtà aveva perso in quel momento o in passato.

 La donna lo guardava, ma non lo vedeva. Lo ricordava come dieci anni prima, ancora capace di slanci affettivi e amorosi, ancora capace di fare progetti a lungo termine, capace di pensare almeno a una vita che non fosse solo in due, ma capace solo di pensarlo, mai di deciderlo. Ricordava i capelli che coprivano gli occhi, come per proteggersi dagli sguardi altrui, per difendersi dalla malvagità del mondo, ricordava quando era ancora capace di eccitarla e travolgerla con vorticosi giochi erotici.

 Non che Alberto fosse diventato brutto, era ancora piacente. Nonostante la magrezza eccessiva, mostrava ancora un notevole tonicità ed il viso era interessante e vispo, sicuramente piaceva a molte donne. Era la sua inerzia decisionale a impedire a Marta di eccitarsi e di andare oltre, di sorpassare quella barriera che sta fra sesso e amore, di lasciarsi andare come una volta, di godere a pieno del suo fisico ancora giovane per il sesso, ma in scadenza per una maternità. La stanza era in penombra, il sole del pomeriggio filtrava attraverso le tende beige, la polvere copriva cose e rapporti, anche i mobili del salotto erano sbiaditi dal sole e dall’inerzia. Dal soffitto il lampadario pendeva attaccato da un filo ormai consumato. Tutto sembrava cadere, oggetti e persone. Il suono dei videogiochi riempiva spazi vuoti di parole, di gesti, di affetti. Sembrava un film dai colori seppiati, tutto era liso, incapace di splendere di luce propria.

Marta disse: “Esco, vado a comprare qualcosa, il frigo è vuoto!”

Indossò solo il cellulare e la sua bellezza semplice, avrebbe voluto mettersi addosso un po’ di felicità, ma non riusciva a trovarla in quella casa, in quella situazione. Quindi aprì la porta e uscì, salutando con un bacio sulla fronte il vincitore di tante battaglie, che rispose mandando a vuoto un bacio, che incespicò sopra il televisore. Marta era fuori, i suoi passi veloci risuonavano sul marciapiede e i suoi tacchi pestavano l’erba, che disperatamente ma vittoriosamente usciva dalle crepe del terreno, per conquistare il suo posto al sole, la sua rivincita nella primavera ormai inoltrata. La donna si fermò ad osservare la natura che silenziosamente rinasceva, l’erba fra le crepe, i pollini in aria che volavano in cerca di terreno su cui attecchire, l’edera che cresceva su muri scrostati. Tutto era vita, tutto.  All’improvviso un altro trillo del cellulare la riportò alla realtà, la vibrazione accompagnata al suono accarezzò la sua mano, quasi con tenerezza, forse era quello che desiderava. Il dito pigiò sul pulsantino: “Domani sono in città, insegni ancora al Cairoli? Ti va un caffè? Magari in pausa, fammi sapere. Ciao Maurizio.”

Il fiato ed il cuore di Marta si fermarono e tutto intorno si fermò, anche i pollini in volo volevano sapere e conoscere la sua risposta: “Ok, domani ti mando dettagli, ora non posso. Ciao. Marta.”

Tutto riprese a scorrere, una colonia di formiche rosse aggredì un bruco che si contorceva dal dolore, in mille spasmi disarticolati; anche Marta si contorceva dal dolore, ma non capiva che tipo di dolore fosse il suo e se soffrisse per il suo sì a Maurizio.

Riprese a camminare frastornata e confusa, riprese il cellulare in mano, era ancora in tempo per disdire l’appuntamento, ancora in tempo per tornare indietro e abbracciare Alberto e gridare forte: “Dai facciamo un figlio, dai, io ti amo ancora, ti amo!”

Tuttavia il suo dito non premette alcun pulsantino, eventualmente il giorno seguente, sì il giorno seguente avrebbe mandato un messaggio. In quel momento era all’interno del supermercato, il pavimento lucido regalava riflessi di luci, che illuminavano il viso ombroso di Marta, che con il cigolante carrello camminava fra le corsie. Si fermò davanti ai cibi orientali, Alberto amava i cibi orientali, prese del peperoncino cinese e degli involtini primavera, ottimi accostati alla salsa piccante e poi anche degli spaghetti di soia e del riso alla cantonese per due. Si sentiva veramente in colpa, questo era chiaro. Le sue mani accarezzavano il cellulare e graffiavano le confezioni di cibo orientale, che, oltre ad essere graffiate, erano anche gettate senza cura dentro il carrello, che con le sue righe verticali pareva una prigione a tutti gli effetti. Una prigione larga, dove il movimento era permesso, non sovraffollata ma vuota, troppo vuota e fredda.

Che cosa passava nella mente della donna? Quali ricordi? Già i ricordi. Non si può vivere di soli ricordi, si deve vivere anche di presente e anche di futuro. Marta era turbata, evidentemente turbata, le sue unghie laccate e ben curate, in meno di un’ora furono ridotte a moncherini rossi, irregolari e deturpati, un po’ come la sua anima o il suo recente passato.

La spesa si concluse con l’acquisto di sushi, chele di granchio e pollo in agrodolce. Alberto aveva la cena pronta. Marta percorse la strada a ritroso con estrema calma, aveva stampato in viso un sorriso stereotipato che contrastava con il suo vero stato d’animo, una maschera ben disegnata, i suoi pensieri, però, erano tagliati dai manici delle borse della spesa, che pesavano, tagliavano, laceravano. Il dolore era forte, passava le borse di mano in mano, per lenire la sofferenza, ma anche i pensieri tristi alla fine non si allontanavano mai. Tornavano taglienti fra mani e cervello. Una brezza primaverile scompigliò i suoi capelli, la sua mano fra di essi nel tentativo di sistemare e appianare il tutto.

 Poi il dito sul campanello, una piccola attesa e la casa la accolse. Aria stantia, battaglie virtuali ancora in corso, colori sbiaditi, sapore di nulla. La cena è servita, la nottata pure.

Infatti così fu. La cena fu consumata davanti alla tv, in stanze separate, Alberto era ormai all’ultimo livello di qualche gioco il cui nome impronunciabile rendeva ancora più antipatico il tutto, non poteva interrompere proprio allora. Marta guardò una fiction, mordicchiando involtini primavera e frustrazione. Poi la notte in un solo letto, ma con due idee diverse e con due corpi, da tempo mai uno. Sudore sul cuscino, sudore sui pensieri, soffitto da guardare, rumori da camera da letto.
Fra 10 giorni la terza puntata.

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