Marta che guarda il cielo – Quinta puntata

Capitolo 5°

Le giornate passavano, lente ed inesorabili, la primavera avanzava, un’altra primavera da aggiungere al compleanno. Marta aveva un’altra passione: la corsa nei boschi. Spesso al suo rientro dal lavoro indossava tuta e scarpe ginniche e andava nel parco vicino. Immancabili le cuffiette con la musica a tutto volume. Mentre ascoltava la musica, la mente rallentava i suoi pensieri, stava dietro alle parole, al ritmo, un ottimo modo per non pensare. Nemmeno il paesaggio la distraeva. Spesso cronometrava i suoi percorsi, si sfidava, si metteva alla prova. Le piaceva stancarsi, per poi farsi accarezzare dall’acqua della doccia, che scendeva dalla nuca, per arrivare alla schiena e proseguire in altre curve, senza incontrare mai alcuna resistenza. Adorava insaponarsi e giocare con la schiuma, sciacquarsi e togliere via ogni traccia di sudore e di fatica, divertimento effimero.

Scuola, corsa, cena. Corsa, cena, scuola. Che cosa era cambiato? Nulla, tutto era uguale, tutto piatto, tutto amorfo. Nemmeno l’ansia ormai era presente. Nessun messaggio da parte di Maurizio, nessun messaggio neppure da Alberto. Sempre più lontano, sempre più padrone della situazione. A volte Marta aveva il sospetto che il marito sapesse del suo tradimento e che il non dire nulla facesse parte di un gioco perverso. Non capiva lo scopo, ma così a lei sembrava. Quindi espiava tutti i giorni una colpa, grande sì, ma causata da cosa? Non riusciva a scrollarsi di dosso l’etichetta di donnaccia.

Se sua madre avesse saputo… Sì sua madre, donna dispotica, rigida, incapace di guardare oltre la sua educazione cattolica. La sua morte aveva colto Marta impreparata ma incapace di versare lacrime, incapace di provare tristezza. Troppi gli episodi in cui i suoi discorsi l’avevano lasciata Marta persa nel vuoto dei suoi pensieri, nel vuoto della sua vita, nel pieno dei suoi sensi di colpa, scagliati addosso con violenza inaudita.

Se sua madre avesse saputo… non sarebbe stata più la figlia modello di cui si vantava in pubblico, ma una donna da additare e condannare. Una colpa da espiare sarebbe stata sicuramente la non maternità. La madre avrebbe ritenuto lei incapace di concepire, la colpa agli uomini non si dà mai, anche se spesso il padre di Marta era oggetto di aggressioni verbali, che spaventavano a tal punto la donna, che da bambina si nascondeva nello sgabuzzino buio, coperta dall’odore di detersivo e di scarpe. Il comportamento di Alberto, per la madre sarebbe stato normale, gli uomini si comportano così. Gli uomini hanno sempre ragione. Almeno gli uomini degli altri.

La primavera era ormai scoppiata in tutta la sua prorompente vitalità, le passeggiate al parco si facevano sempre più frequenti, il vento primaverile scompigliava capelli e pensieri, portando linfa vitale in ogni angolo della città e del parco stesso. Questa linfa, però, non toccava Marta, che osservava il rinascere delle cose, mentre il suo tempo passava, scandito, regolare, inesorabile.

Aprile. Inizio nuovo corso, rivolto a privati cittadini con l’intenzione di migliorare il proprio inglese, corso serale dalle 20.00 alle 22.30. Tali corsi erano i preferiti da Marta, gli studenti, generalmente eterogenei nella provenienza, erano motivati e quindi più interessati alle lezioni e anche più partecipi con domande e discussioni. La donna in quel periodo aveva parte della mattina libera e dedicava questo tempo alla cura di sé, con attività fisica e ginnastica. La casa era pulita e linda, in due si sporcava poco e il tempo per svolgere tutte le faccende non mancava.

Ore 19.50: ingresso a scuola, la classe la attendeva per la prima lezione. Muri dipinti di fresco, color giallo tenue, cancellati gli sbuffi neri dei termosifoni, odore di pulito. Un’occhiata al registro. L’occhio si fermò su un nome: Sebastiano Di Lorenzo. Qualcosa le frullava in testa, non ricordava cosa, quindi, durante l’appello, oltre a segnare la presenza, diede un’occhiata ai visi degli studenti.

Un piccolo sorriso interno, trapelato appena sulle labbra e condiviso dal cuore. Un viso conosciuto, una voce conosciuta, un pensiero conosciuto. Sebastiano era un ex allievo, ritornato sui banchi per chissà quale motivo. Un uomo sulla cinquantina, forse qualche anno in meno, capelli grigi mai toccati da tinta, corti, lievemente scompigliati, viso tondo, gioviale, occhi non grandi, nocciola verde, intensi come l’odore d’incenso, profondi e vispi, circondati da un paio di occhiali neri e bianchi, labbra sottili, denti bianchissimi e sorriso disarmante. Non era molto alto, intorno al metro e settanta, aveva una pancetta da uomo arrivato, ma mai definitivamente fermo, passo lento, morbido, quasi danzante. Personalità da vendere, di professione bancario, ma con tanti sogni nelle tasche e nella mente.

I due si erano conosciuti ad un precedente corso, Marta era subito entrata in sintonia con lui: sogni simili, idee discordanti ma affini per qualcosa di sconosciuto. Forse solo chimica o forse solo intesa intellettuale. Marta lo salutò con un cenno della mano ed un sorriso caldo, Sebastiano rispose dischiudendo le labbra, regalando parte della sua anima. La lezione iniziò con la presentazione degli insegnanti. La donna si sentiva osservata, gli occhi di Sebastiano non si staccavano un attimo dalle sue labbra e dai suoi occhi, era uno studente molto attento, diligente, assetato di sapere e di conoscenza. Marta non capiva lo sguardo indagatore, si sentiva turbata e imbarazzata nello stesso tempo. Era davvero sete di conoscenza o altro? Immediatamente intimò a se stessa che non doveva confondere i suoi pensieri e i suoi desideri con i pensieri altrui. Quindi si ricompose intimamente e continuò la lezione, sentendo comunque sulla pelle gli occhi di Sebastiano.

Dopo un’ora circa l’intervallo spezzò la tensione. Sebastiano, accompagnato dal suo sorriso, si avvicinò all’insegnante.

Ciao prof, come va?”

Ciao Seb, tutto bene grazie!”

Un bacio sulla guancia, con scambio di profumi e piccoli attriti, suggellò quel momento, vigilato dagli occhi pieni di cattiva curiosità di Marcella.

Seb, che fai di nuovo qui, ti aggiorni?”

Eh sì, il mio inglese deve stare al passo con i tempi, in banca ormai i contatti con l’estero sono quotidiani, mi sa che fra un po’ dovrò imparare anche l’arabo o il cinese!”

Bene, sono contenta di averti ritrovato!”

Forse non mi avevi mai perso…” rispose Sebastiano, che accompagnò la frase con un sorriso naturale, disinvolto, che scosse Marta fino in fondo all’anima.

I due avevano un mistero da svelare o meglio da chiarire, ognuno a se stesso. Nel periodo del corso precedente Sebastiano, benché felicemente sposato e innamorato della propria moglie, aveva vissuto una situazione emotiva particolare, il suo stato d’animo si era perso in mille vortici, che lo portavano alla deriva. Sogni non realizzati, ma continuamente rincorsi, insieme a situazioni lavorative non belle, lo trascinavano in tentativi di misurarsi, per provare a se stesso e al suo Dio qualcosa di non ben preciso. Sebastiano, subito dopo una lezione, distratto da chissà cosa, aveva iniziato a sedurre Marta. Una seduzione sottile, naturale, basata su giochi d’intelligenza e sorrisi. Si era sorpreso lui stesso delle risposte e della disponibilità della donna, che a sua volta era stata turbata dal corteggiamento e da se stessa. I due, spaventati dalla situazione, avevano interrotto il gioco, rimanendo con grossi dubbi e domande.

L’intervallo si concluse in fretta, troppo in fretta. Marta e Seb ebbero solo il tempo di dirsi le solite cose che si dicono in quelle circostanze, frasi fatte, scontate, stereotipate. Gli sguardi però non erano di circostanza, le emozioni neppure, si stavano studiando, ma in maniera particolare, ognuno studiava se stesso, volevano capire cosa provavano.

La lezione proseguì fra un verbo essere e uno sguardo, il tutto disturbato da Marcella, sempre pronta a spezzare situazioni dove erano presenti, anche se in maniera del tutto innocente, felicità e complicità. I due si salutarono in maniera formale, tanto sapevano che il numero delle lezioni avrebbe consentito di vedersi ancora. Poi si separarono.

Marta era in viaggio verso casa, il buio della sera primaverile accompagnava il suo viaggio, il tragitto era breve, l’auto con i finestrini aperti, lasciava entrare profumi di viole e asfalto, una mistura agrodolce come i suoi pensieri, pensieri che giravano vorticosi, creando domande senza risposte. Anche l’aria che entrava scompigliando i capelli sembrava chiedere le stesse cose, si divertiva a passare sul collo per poi scendere sull’incavo del seno, solleticando pelle e ormoni.

Dall’altra parte della città, in un’altra auto, anche Sebastiano era torturato da mille pensieri. Sì, torturato: questa era la parola giusta. Sebastiano era profondamente innamorato della propria moglie e delle sue tre figlie, ma grandi turbamenti scuotevano la sua anima da parte a parte. Una profonda e particolare crisi depressiva l’aveva lentamente avvolto, fino a fagocitarlo quasi del tutto. Da circa tre anni incubi terribili popolavano le sue notti, navi senza timone, perse in mari in tempesta, dove il buio della notte regnava sovrano. Figure nere con enormi mantelli, coprivano sogni e desideri, enormi montagne, prive di luci, impedivano la sua camminata. Indolenza, tremendi dolori di testa, apatia, fatica di vivere, voglia di non vita.

Questa era la sua sopravvivenza quotidiana. In quel momento stava un po’ meglio, qualcosa era accaduto, ma il suo umore era ancora in preda a sbalzi paurosi. Quando il benessere arrivava prorompente come un’onda oceanica, si sentiva invaso da energia nuova e le sue scelte erano istintive, immediate, vere, pure, senza presenza di coscienza adulta. Poi il mare in tempesta lo travolgeva nuovamente e il buio si faceva nuovamente padrone della sua vita. Sebastiano lottava con tutte le sue forze, nuotava nel mare in tempesta, a volte la luce s’intravedeva e questo dava nuova forza, ma poi, un’onda più grande e più pesante affondava ancora corpo e sogni. I sogni: questo era un nodo non sciolto nella vita di Sebastiano.

L’auto di Seb si fermò. Il bip dell’antifurto chiuse la giornata, la porta chiusa di un garage dall’altra parte della città concluse anche la giornata di Marta.

Lascia un commento