Marta che guarda il cielo – Quarta puntata

Capitolo 4°

Sveglia alle ore 6.30: Marta si accorse di Alberto solo allora. Lo guardò con immensa tenerezza, era consapevole che in passato gli aveva fatto male, la storia con Maurizio pesava ancora sulla coscienza, viaggiava con la borsa piena di sensi di colpa, a volte reali, a volte inesistenti. Alberto era contento e sereno, un sorriso tenue era disegnato sulle sue labbra, probabilmente aveva vinto la finale, ma non si rendeva conto di ciò che aveva già perso.

Marta, come ogni mattina, diede un bacio alla foto di suo padre e immediatamente fu travolta dai ricordi, ricordi belli. Le fiabe che suo papà raccontava la sera, imitando i vari personaggi, le giornate passate nei parchi, facendosi spingere sull’altalena, e poi il pranzo, spesso composto da polenta gialla come il sole, ma più salata del mare. Suo papà esagerava sempre con il sale, non riusciva mai a dosarlo bene e spesso doveva rifare tutto da capo. I due ridevano su questa cosa e ormai il dosaggio del sale era un tormentone quotidiano. Ricordava benissimo la tovaglia di plastica blu con grandi girasoli gialli che metteva allegria alla cena e poi l’immancabile gazzosa, che diluita con acqua insaporiva la cena o il pranzo. Certo la cosa che più ricordava era il suo profumo. Un profumo speziato, vagamente orientale, che, miscelato al suo odore, creava una fragranza accogliente, una fragranza paterna, mai più sentita dopo la sua scomparsa, nonostante Marta usasse lo stesso profumo.

Non era tempo, però, di perdersi nelle pieghe dei ricordi, altrimenti la malinconia avrebbe preso posto alla normalità e a Marta non piaceva farsi vedere malinconica, odiava la tristezza e anche i finti tristi.

Il tempo scorreva inesorabile, doveva prepararsi per il lavoro. L’odore della notte opprimeva la casa, fuori la luce violava già le tapparelle, infilandosi nelle fessure orizzontali, zebrando l’armadio della stanza. Trucco semplice, abito semplice, vita semplice. Un caffè al volo per lei e uno di fianco ad Alberto, nel letto, accanto al vincitore del torneo di calcetto. Un bacio sulla fronte e via in auto, fino alla metropolitana.

A Marta piaceva la metropolitana di Torino, nuova, fiammante, particolare. Adorava scendere sotto la città, passare dalla luce al buio, guardare la gente frettolosa o calma, amava guardare gli studenti che, carichi di zaini e sorrisi, si lamentavano dei compiti e degli insegnanti e osservare come ridevano di gusto, come la loro felicità era palpabile, spessa, evidente, come la loro spensieratezza e gaiezza era più luminosa dei neon che ornavano l’intera struttura. Ma la cosa che più le piaceva era mettersi in testa al vagone, la metropolitana non ha conducente umano sul vagone, quindi un grande vetro, largo, immenso, panoramico, circondato da sedili appositamente sistemati, permette di vedere ed osservare con tutta calma il percorso del treno, percorso che si snoda in gallerie a volte dritte, a volte sinuose, dolci curve e lievi saliscendi, che serpeggiano per tutto il tragitto. Un Acheronte moderno, dove Caronte è impersonato dalla voce metallica dell’interfono, che annuncia le stazioni e i dannati sono i passeggeri, con il loro bagaglio di tristezza e cattiveria. La speranza è data dalla risalita alla luce, dal sole e dalla luce naturale che illumina già le scale, per poi inondare l’entrata e i passeggeri che escono abbagliati.

Le scale mobili condussero Marta fuori, alla luce che lei tanto amava. Spesso diceva ai colleghi, che ovviamente non capivano: “Vado a fare un pieno di luce.” Usciva per strada, al sole, quando questo era possibile, o sul balcone, anche in pieno inverno, quando il freddo attanaglia perfino i pensieri, ma il cielo è blu come l’infinito.

Quel giorno Marta era in compresenza in aula con Marcella, collega di cinquanta anni circa, un matrimonio fallito alle spalle e due convivenze altrettanto fallite. Marcella era robusta, con abbondante seno, anch’esso mai succhiato da bocca di bimbo, sfoggiava un sorriso stereotipato, con denti bianchissimi e labbra mai truccate da rossetto. I capelli cambiavano spesso di tinta, come il suo umore e la sua aggressività passiva. Marcella era scaduta dal punto di vista biologico, vari erano stati i tentativi di concepimento, ma i frutti degli amplessi crescevano per un tempo limitato nel suo grembo e poi, per cause mai definite, decidevano di lasciarla, facendo crescere in lei rabbia, frustrazione e cattiveria. La donna spesso, anzi sempre, aggrediva le colleghe mamme, con battute apparentemente gentili, ma che irritavano animi e corpi.

Spesso diceva con vocina stridula, quando sapeva che le mamme dovevano correre a perdifiato per raggiungere i bimbi a scuola: “Buone corse, buone corse!” e poi faceva di tutto, sempre con il sorriso stampato, per creare ritardi, piccoli dispetti, grande frustrazione. Marta non era l’oggetto dei suoi dispetti, nonostante biologicamente ancora in tempo per concepire, non aveva figli a cui badare, quindi la frustrazione di Marcella era dirottata altrove.

Marta trovava fastidiosissimo quando la collega trovava soluzioni per tutto e per tutti, tranne che per se stessa. Una volta aveva provato, però, una pena incredibile per lei. Una mattina d’inverno, ai tempi in cui la sua felicità era tenuta viva dal progetto di vita con Maurizio, era andata nel parco vicino casa sua, con la bicicletta, compagna fissa della sua vita, e aveva visto Marcella da sola, che distribuiva cibo agli scoiattoli pronti per il letargo. Sola e vuota. Batteva le noci su un tavolo di cemento, abitato d’estate da merende di bimbi e risate cristalline, ma sterile in inverno. Gli scoiattoli, abituati e condizionati da tempo da quel suono, che associavano al cibo, scendevano timidi dagli alberi e si avvicinavano, fino a prendere le noci dalle mani stesse. Marcella distribuiva cibo e affetto, probabilmente ne aveva tanto da dare, ma lo riversava sugli scoiattoli, era incapace di donarlo alle persone. Marta, non si era fatta vedere, aveva guardato da lontano e basta. La collega sembrava una chioccia circondata da pulcini, ma nessun pulcino era suo. Cercava di avere affetto distribuendo cibo. Antico metodo educativo. Faceva una gran pena. L’alone della sua solitudine invadeva parte del bosco. Marta non voleva farsi contagiare da questo. Aveva pedalato via veloce, fuggendo forse anche dalla sua solitudine.

La donna tornò ai pensieri scolastici, il dividere l’aula non era un problema, i problemi erano altri. Quel giorno ancora studenti particolari, insegnanti in aggiornamento, quasi tutte donne, quasi tutte sopra i cinquanta anni. Nessuna colpì particolarmente la sua attenzione, ma forse perché qualcosa frullava e girava nei suoi pensieri, qualcosa che sfuggiva, ma era presente nello stesso tempo, un fastidio, come un granello di polvere dentro l’occhio. La lezione continuò fra uno sbadiglio e l’altro, quando un cellulare squillò, rompendo la monotonia. In realtà la suoneria era una canzone dei Queen, ma tutti si accorsero che era un cellulare e non uno scherzo.

Improvvisamente Marta capì cosa le stava sfuggendo: il messaggio di Maurizio, quello arrivato la sera prima, sul tardi, quello cancellato di tutta fretta. Un brivido percorse la schiena e l’anima, la schiena si riprese subito, l’anima no. Infatti, il senso d’inquietudine vibrò dentro di lei e con mani tremanti, di nascosto da Marcella, prese il telefonino e compose il seguente testo: “Grazie per i complimenti, se vuoi si pranza assieme anche oggi.”

Dopo pochissimo tempo un bip avvisò dell’arrivo di un sms: “Stesso bar, stessa ora, ci sarò. M.”

Poi Marta infilò il cellulare nella borsa e riprese la lezione. Marcella non si accorse di nulla, sarebbe stato un disastro. La sua lingua lunga e il suo cervello corto si infilavano ovunque, ma proprio ovunque, ed inoltre, essendo anche di labile memoria, narrava i fatti inventando od omettendo situazioni fondamentali per la corretta narrazione. Marta era emozionata ed evidentemente insofferente alla situazione del momento, voleva uscire da quella gabbia, da quella prigione, lei usignolo, accanto ad un corvo gracchiante, anche se gli usignoli sono preda dei falchi, si sa.

La lezione finì e la pausa arrivò. Marta escogitò uno stratagemma per non pranzare con Marcella durante la pausa, inventò la classica scusa.

Ho finito gli assorbenti, faccio un salto al supermercato.”

Poi affannata, impaurita ed emozionata, si diresse verso il bar Oasi. Il suo cuore era accelerato e non solo per il passo veloce che sosteneva, la sua emozione e la sensazione che le regalava le piacevano molto. Il sottile piacere della trasgressione, dell’incognito o del poco conosciuto. Marta e Maurizio erano stati amanti, ogni millimetro della loro pelle era stato esplorato, toccato, guardato, non una volta ma centinaia di volte, ma l’anima…quella no, era praticamente sconosciuta ad entrambi. Marta voleva, anzi, avrebbe voluto conoscere meglio Maurizio e sperava che lui volesse conoscere meglio lei, conoscere meglio la sua anima, i suoi pensieri, i suoi sentimenti.

L’aridità di Alberto stava squarciando la donna, che sembrava ormai terra rossa, con grandi crepe irregolari, scure buie, senza luce alcuna, solo polvere, nessuna forma di vita la percorreva ormai, da tempo, da troppo tempo. Maurizio in quel momento rappresentava un bicchiere pieno d’acqua, acqua non del tutto cristallina, ma pur sempre acqua e lei era veramente assetata. Voleva anche capire delle cose di sé, della sua mente, la sua curiosità innata, stimolo di sicura intelligenza, a volte la portava a rischiare, anche troppo. Ormai non poteva più tirarsi indietro, il bar era davanti a lei, con tutta la sua semplicità.

Tony accolse Marta con un sorriso sincero, che in qualche maniera suscitò la gelosia di Cinzia, che lo guardò di traverso. Poi Cinzia prese l’ordinazione, ma Marta chiese di portare il tutto dopo . In quel momento arrivò Maurizio, appena in tempo per ordinare. I suoi occhi chiari si posarono sul seno della donna e rimasero appoggiati lì per un secondo lungo un’eternità, poi scesero per risalire repentinamente sulle labbra e sugli occhi.

I due sguardi si incrociarono e le scintille avrebbero potuto far appiccare il fuoco ad un intero pagliaio. Marta era gratificata da questo sguardo, anche se qualcosa dentro la sua anima la infastidiva, non capiva cosa fosse, ma un’inquietudine sottile passava la barriera della pelle e arrivava direttamente al cuore, pungendolo come un ago trafigge il tessuto.

Tony arrivò con gli spaghetti all’arrabbiata, interrompendo il gioco di occhi che si cercano, si dividono e poi si cercano ancora. Il profumo che il piatto emanava era veramente invitante, il basilico fresco si miscelava bene con il profumo lievemente acido del sugo rosso come il fuoco, che in quel momento ardeva dentro Maurizio. Mentre l’uomo masticava gli spaghetti con i denti, masticava con gli occhi Marta. Era sesso fatto persona, il suo torace era rivolto verso la donna, ormai il piccolo tavolino era sovrastato dal suo fisico. Non parlava, non diceva nulla, ma esprimeva tutta la sua voglia con il corpo, con i gesti. Marta, si sentiva imbarazzata e quasi per istinto si allontanò un po’ dal tavolo. La scena era a dir poco grottesca, visti da lontano e guardando l’insieme delle due figure, era evidente che l’uomo era totalmente proteso verso la donna e che cercava di violare lo spazio vitale della sua interlocutrice.

Gli spaghetti finirono in poco tempo, non una parola fra i due. Tony aveva percepito l’imbarazzo di Marta e istintivamente, con un moto di protezione, si sedette nel tavolino accanto, leggendo Tuttosport, ma lanciando occhiate a Maurizio, pieno non solo di spaghetti ma anche di testosterone e probabilmente di voglie arretrate. L’uomo, infastidito dalla presenza di Tony, disse, ritraendosi dalla sua posizione: “Andiamo fuori, facciamo una passeggiata!”

Va bene!” rispose Marta, scrollandosi di dosso sguardi ed imbarazzo.

La giornata tiepida e il cielo azzurro intenso sembravano una cornice degna di una passeggiata romantica. I due camminavano fianco a fianco, Marta rasentava il muro e Maurizio rasentava Marta. La donna continuava ad avere il suo senso d’inquietudine, inquietudine che era aumentata ancora di più. Incredibile come in mezz’ora almeno le parole scambiate fossero state pochissime. Marta voleva tornare indietro, a scuola, chiudere quell’incontro, si malediceva per aver risposto al messaggio. Stava per parlare, quando Maurizio la anticipò.

Marta, torniamo insieme, ti desidero come non mai!”

Poi senza alcun permesso, dando tutto per scontato, cinse con il suo braccio le spalle di lei e protese la sua testa nel tentativo di baciare le labbra della donna. Mai gesto fu più sbagliato: Marta sentì la costrizione alle spalle e l’alito di Maurizio addosso, alito che sapeva di birra, spaghetti e fumo. La sua sagoma copriva il sole e oscurava la libertà. Immediatamente si ritrasse, ma Maurizio incalzava, stringendo ancor di più. Immediatamente Marta, allungando il braccio, diede uno schiaffo all’uomo, schioccando e scioccando prima il viso e poi l’anima di Maurizio, che si ritrasse infastidito non dalla sberla ma dal rifiuto.

Lei lo guardava diritto negli occhi, aveva capito il suo senso d’inquietudine, in un attimo, aveva capito che la precedente relazione e le promesse di maternità e di progetti di vita erano state solo uno sbaglio. Maurizio aveva approfittato del suo stato d’animo, della sua debolezza momentanea, della sua sete d’affetto. Il bicchiere pieno d’acqua si dimostrò pieno d’acqua putrida.

Un senso di rabbia e di vergogna colse la donna, che, divincolatasi dalle braccia e dagli sguardi di Maurizio, prese la strada del ritorno. Non solo era un ritorno al lavoro ma ritorno alla sua dimensione di donna ingenua, insicura, sola e vuota di affetti. Mentre tornava indietro, il suo cuore gonfio di lacrime e frustrazione reclamava il suo tributo, batteva all’impazzata e ordinava agli occhi di esplodere in un pianto dirotto, per sfogare, almeno in parte, la situazione subita. Non bruciava solo il tentativo molto patetico di Maurizio, ma bruciava la presa in giro degli anni passati e l’aver tradito Alberto. I sensi di colpa si urtavano fra loro come in una pista di autoscontri, rimbalzavano impazziti, rimbombando, echeggiando e stridendo. Un terribile mal di testa scoppiò al suo rientro a scuola. Un martello pneumatico colpiva la sua finta quiete.

Era proprio una giornata fortunata, Marcella aveva notato il suo stato d’animo e, puntuale come una cambiale, gracchiò: “Sono con te tutto il pomeriggio, così mi racconti, hai una faccia terribile. Che cosa ti è successo?”

Niente, niente è il mio periodo.”

A me non la racconti giusta, poi ne parliamo.”

Marcella sapeva di infastidire la collega, per questo insisteva. Marta rassegnata continuò con la storia del ciclo mestruale doloroso, storia che sta sempre in piedi in ogni circostanza.

Fortunatamente la lezione non consentì alla collega di insistere nelle sue domande, volutamente provocatorie e irritanti. Marta, finita la lezione, uscì con il classico sorriso stereotipato, procurandosi dolori alla mascella, per mantenere il tutto composto e veritiero. Poi, appena fuori, tornò alla espressione normale. Accese il cellulare, le mani tremavano, nemmeno un messaggio di scuse di Maurizio, nulla, proprio nulla. Questo confermava che nulla c’era stato fra loro.

Percorse la strada come un automa, il paesaggio intorno la scherniva, la primavera spuntava da ogni angolo, la vita spuntava da ogni angolo, gemme sugli alberi, danze di insetti, sorrisi di bimbi. Il vuoto e la rassegnazione, invece, regnavano dentro di lei. Un profondo senso di nausea la colse appena varcò la soglia di casa, anche l’odore della notte ancora presente in casa. Alberto non aveva neppure aperto le finestre. I calzini sporchi sul tappeto della camera da letto, gli slip in bagno, i piatti unti. Tutto era tornato come prima, anzi, nulla era mai cambiato.

Da sola Marta poté liberarsi in un pianto dirotto, le mani in viso soffocarono i suoi singhiozzi, il trucco sbavava, colorava le gote e imbrattava l’anima. Si sentiva colpevole, anche sporca, ma soprattutto vuota. Doveva prendere decisioni, decisioni forti. I calzini scuri sul tappeto le ricordarono le faccende domestiche che normalmente svolgeva. Era questo che voleva? Ormai nessuna intimità, né fisica né sentimentale, mai un dialogo, mai un confronto, mai un litigio, nemmeno quello ormai. La sua vita poteva sembrare come una lunga autostrada, dritta, senza curve, senza gallerie, senza altre auto che la percorrevano, il grigio regnava sopra ogni cosa, il paesaggio intorno piatto e senza colori. Orizzonte infinito, noia infinita. La tristezza come unico frutto di qualche sparuto albero.

Marta, come tante donne, si sentiva colpevole di tutto, anche di quello che non aveva commesso. Questo senso di colpa permetteva poi di svolgere tutte le faccende quotidiane con rabbia, con frustrazione, ma anche con dedizione, precisione. Lavava gli slip e i calzini e metaforicamente lavava parte della sua coscienza, spolverava le mensole e toglieva anche la polvere dai suoi pensieri. Sbatteva i tappeti e colpiva la sua intimità. Una vita di coppia inesistente, una vita da colf, una vita da non mamma. Quella sera ebbe una sorpresa: Alberto arrivò a casa con un amico del calcetto. Uno, due, tre piatti in più per cena, uno, due, tre piatti in più da lavare.

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