Marta che guarda il cielo – Prima puntata

Capitolo 1°

Una sensuale donna di trentotto anni, capelli castani con riflessi ramati, mossi, che cadevano morbidi sulle spalle, avvolgendosi in boccoli grandi, larghi, viso tondo, guance sode, pelle ambrata, quasi olivastra, labbra spesse, definite e rosse, che racchiudevano denti bianchissimi e regolari, occhi grandi, ciglia lunghe e incurvate all’insù, iride color marrone  scuro, velato di una tristezza celata egregiamente: Marta.

 Il suo sguardo intelligente e acuto spesso era coperto dalla mano, che, passando fra i capelli, si appoggiava sulla fronte, nascondendo occhi e vista.

Collo lungo, spalle larghe e magnifico decolleté, un seno abbondante e sodo, mai assaggiato da bocca di bimbo, esplodeva dalla camicetta, generalmente di colore rosso, vita stretta che si allargava in fianchi di mediterranea forma, per terminare in gambe lunghe, slanciate.

 La sua professione, insegnante di lingue, la portava a conoscere centinaia di persone, di tutte le età, di tutte le professioni, di ceti sociali diversi. Marta era sposata da tredici anni, non aveva figli, forse, anzi, sicuramente il velo di tristezza che oscurava il suo sguardo era dovuto a questa mancanza. Alberto, suo marito, non era mai pronto per la paternità, ma nell’ultimo anno le richieste di Marta più insistenti del solito avevano mosso qualcosa nella sua anima povera.

Alberto era un uomo alto, magrissimo, curvo, viso appuntito, sorriso largo, privo di pudore. I capelli formavano una sorta di chierica francescana che invecchiava la sua espressione. Una grande passione: i giochi elettronici. Alberto passava ore e ore davanti al monitor, adorava passare di livello in livello, conservare le vite a sua disposizione, per poi bruciarle tutte insieme. Un po’ come la sua del resto, emozionante solo nello spazio virtuale. Il divano rosso di finta pelle in casa aveva la forma del suo ossuto sedere e del gomito destro che si appoggiava al bracciolo, supporto utilissimo nel manovrare il joystick. Il tappeto Kilim a rombi irregolari, invece, portava i segni dei passi di Marta, che camminava su e giù, nel patetico tentativo di distogliere l’attenzione di Alberto dal monitor e dal virtuale. Passi lunghi, lunghi quasi come una vita, almeno come quella di un bambino, desiderio ormai in scadenza, in quanto l’orologio biologico della donna cominciava a battere forte le sue scadenze. Rintoccava sempre più forte ormai. Marta sentiva la sua eco dentro e lo vedeva fuori, lo osservava riflesso nelle vetrine, mentre camminava per strada, nelle gonne sempre più strette, nelle pieghe del suo viso, del suo collo e nel freddo del suo utero, mai ospite di vita.

La vita della coppia scorreva lenta e regolare, mai un contrattempo, mai un’emozione, solo vittorie virtuali, nemmeno litigi. Marta, durante la notte, spesso piangeva e le lacrime bagnavano federa e anima, ma passavano inosservate agli occhi di Alberto. L’inquietudine della donna non era recente, i suoi tentativi di fuga ormai erano sempre più evidenti, non voleva più cadere in errori del passato, ma gli eventi prendono pieghe del tutto inaspettate. Marta a volte pensava che i suoi errori e le sue vicissitudini facessero parte di un disegno, di un progetto, poi si ricredeva e ripercorreva gli stessi passi.

Fra 10 giorni la seconda puntata.

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