Marta che guarda il cielo – Ottava puntata

Capitolo 8°

Il corso d’inglese terminò. Sebastiano limitò la sua espansività, salutando semplicemente con dei sorrisi, Marta li accoglieva come regali, come perle. Un sorriso riusciva a darle un po’ di gioia effimera, volatile ma vera gioia. Ovviamente, studenti e insegnati si scambiarono i numeri di cellulare. Marta aveva annotato quello di Sebastiano con “Seb” e Sebastiano aveva salvato quello di Marta con “Prof”.

Marta oramai aveva perso ogni speranza di maternità, o meglio, aveva perso la voglia di convincere Alberto di costruire una famiglia. Eleonora, sua fidata amica, la ascoltava e notava che i suoi discorsi erano pieni di tristezza e rassegnazione. Era proprio questo che odiava Eleonora, la rassegnazione, lei era una combattente, quindi cercava di instillare nell’animo di Marta un po’ di forza, quella necessaria a vivere una vita dignitosa e degna di essere vissuta.

Stessa situazione o simile provava Sebastiano: inquietudine, malessere, frustrazione, confusione, smarrimento, movimenti lenti, grigiore interiore, poca speranza nel futuro. Egli era circondato da persone che lo amavano, sua moglie Rossana, per prima, e le sue figlie, una in particolare con cui il rapporto era semplicemente splendido, Arianna, piccola grande donnina, già dalla sua nascita. Eppure questo amore, per quanto grande potesse essere, non riusciva a colmare un vuoto di Sebastiano, un vuoto enorme, profondo, scuro.

Solo Gabriele, l’uomo casualmente entrato nella sua vita, stava ad ascoltarlo. Gabriele era un uomo risoluto, ma sognatore, distratto ma anche ossessivo su alcuni particolari, insomma era una contraddizione unica, anche se capace di vedere oltre, o forse dentro, come diceva Sebastiano. Era stato ferito dalla vita, lacerato, strappato, la vita era stata per lui una condizione di continua riflessione e difesa, difesa dalla vita stessa, che esercitava su di lui fascino e paura.

Le sue innumerevoli esperienze, positive o negative, in molti ambiti, potevano essere fonte di ricchezza, se ben raccontate ed elaborate. La sua dote più grande era la capacità di ascolto e di rimando. Gabriele era stato definito un “terapeuta naturale”, capacità che spesso nascondeva o temeva addirittura. Uomo semplice, ma enormemente introspettivo, curioso, mai domo, ribelle, tanto ribelle, pagava la sua ribellione ad un prezzo carissimo, pagava ogni giorno, ma ripeteva sempre: “Sono qui, nonostante tutto.”

I mesi ormai erano passati, non molti in realtà, l’autunno, con tutti i suoi colori aveva preso il posto dell’estate, passata per tutti in maniera diversa: Gabriele, insieme alla sua famiglia, moglie e due figlie, Sebastiano, anche lui con la sua famiglia ma insieme a quella d’origine di lui, Eleonora, al paese con gli amici di un tempo e Marta insieme ad Alberto negli Stati Uniti, insieme ma separati da giochi elettronici e indifferenza.

Torino in autunno è magnifica, l’arco alpino si staglia all’orizzonte ed il Monviso, ancora non imbiancato, sembra un canino che vuole addentare il cielo, ferirlo, graffiarlo, lacerarlo, per fare uscire la spirito vitale del cielo stesso, spirito che poi cade sulla città e la rende così viva, cosi colorata, con i suoi alberi ingialliti e arrosati dall’aria fresca proveniente dal nord, che avvisa che l’inverno è solo dietro l’angolo. Marta adorava vedere le foglie staccarsi dai rami, le piaceva osservare come le foglie strenuamente si attaccavano alla vita, tremolanti, imploranti, vibranti come diapason impazziti. Nulla però poteva resistere al destino, le foglie poi con movimenti disordinati, cadevano in terra, come i pensieri della donna, ormai piatti, senza vivacità.

Marta passeggiava in via Roma, i portici accoglievano coppie di giovani e meno giovani, accoccolate fra di loro, sorrisi, baci, piccole urla si infrangevano sulle vetrine colorate, che piene di abiti e manichini attiravano gli sguardi di tutti. Il riflesso di Marta si perdeva dentro le sciarpe color cammello e dentro i cappotti scuri, entrava nella soffice lana e non voleva più uscirne, stava bene nascosto, era riparato, al caldo. Quando uscì da una tasca, vide un altro sguardo riflesso e perso anche lui nelle vetrine. Uno sguardo intenso, che guardava oltre.

“Seb che fai qui?”

“Prof, come stai? Che piacere vederti! Anche tu in giro per acquisti?”

“No, in giro e basta.”

I loro sguardi si incrociarono, si scontrarono, a Marta venne subito in mente la frase di Sebastiano “forse non mi avevi mai perduto” e sentì un tuffo al cuore. Anche Sebastiano era emozionato, ma non capiva il perché, non sapeva dare un significato a questa emozione, certo questa sensazione gli piaceva tantissimo, anche se non riusciva a catalogarla e a piazzarla in nessun cassetto della sua mente.

“Caffè?” chiese Sebastiano senza pensarci due volte.

“Sì grazie, volentieri!”

Il pesante giubbotto verde di Sebastiano, con il colletto alzato, per ripararsi dal vento, nascondeva il tremore dell’uomo, emozionato come un bambino. Anche il cappello, schiacciato sulla testa, contribuiva a mascherare la sua espressione. Il saluto infatti fu molto formale, molto tecnico, ma l’emozione e il suo profumo avevano oltrepassato le consuete barriere e stavano giocando un ruolo del tutto imprevisto. I due entrarono in un bar, i loro rispettivi coniugi erano a casa, impegnati, uno con i giochi e l’altra con i bambini, quindi erano al momento liberi e i loro pensieri si incontrarono. Si sedettero ad un tavolino, appartato, ma non nascosto. Erano naturali, non avevano nulla da nascondere.

Marta si tolse l’impermeabile e Sebastiano notò il suo corpo asciutto, atletico, la maglia nera, attillata, fasciava i suoi seni e la sua vita, evidenziando turgidità da non madre. Sebastiano continuava a guardare, ma di sottecchi, era anche lui sorpreso dal suo atteggiamento, poi il torpore lo avvolse e il suo sguardo non vide oltre la fantasia. Marta invece, meno ombrosa, ascoltò il suo cuore e il suo istinto e immediatamente fu colta da immensa tenerezza.

“Seb, tutto bene? Non mi sembri in piena forma psicofisica, sembri triste, scusa se sono invadente, ma non sei il solito Sebastiano!”

L’uomo si sentì incredibilmente compreso e un sorriso, quasi naturale, illuminò il suo viso. Un tuffo al cuore lo scosse, per lui sentirsi compreso era importante, anzi fondamentale. Sebastiano voleva parlare, esprimersi, ma per estremo pudore e delicatezza disse solo: “Sì, non sono al massimo, è un periodo no, sai il lavoro e altro ancora…”

“Non me la bevo tanto, comunque rispetto la tua non voglia di parlare, ma se vuoi possiamo vederci ancora.”

Altro scossone al cuore di Sebastiano, che senza indugi disse: “Sì va bene, quando vuoi, hai il mio numero di cellulare, ma ti chiamo io, ti chiamo io!”

Marta era elettrizzata, turbata, si sentiva rossa come un peperoncino e si stupì lei stessa del suo coraggio, della sua intraprendenza, anche se un po’ si era pentita. Ormai era fatta, ma fatta cosa? Strappare un appuntamento a Sebastiano che significato poteva avere? E perché teneva poi così tanto a quell’uomo? Non aveva risposte, giustificò il tutto con le future domande che voleva porre.

Sebastiano faceva tenerezza, non si era tolto il pesante giubbotto e nemmeno il cappello, sembrava volesse nascondersi anche da se stesso. Il caffè fu bevuto con estrema calma, entrambi volevano godere del momento, una parentesi in mezzo a chissà cosa. Poi uno sguardo all’orologio da parte di Sebastiano fece intuire a Marta che il tempo a loro disposizione era scaduto. Si alzarono dalle sedie, imbarazzati come ladri colti in flagrante. Un saluto formale e via per le loro strade.

I due avevano sentimenti discordanti. Marta era incredibilmente allegra, gioiosa, i suoi pensieri saltellavo, non giravano vorticosi nella mente, camminava e si lasciava toccare dal vento fresco del nord, anzi, sbottonò i bottoni dell’impermeabile per lasciarsi schiaffeggiare dall’aria, il calore del suo corpo contrastava egregiamente il vento freddo. Nessuna colpa, solo gioia in quel momento.

Completamente diversi i sentimenti di Sebastiano, chiuso nel suo pesante giubbotto e schiacciato dal suo cappello. I sensi di colpa rosicchiavano l’uomo.

“Che cosa ho fatto? Sono matto? Perché mi sono fermato? Voglio andare a casa. Ho proprio detto che la richiamerò? Non sono a posto io, proprio no.”

Appena arrivato a casa, corse incontro alla moglie e l’abbracciò vigorosamente, giocando con lei, che, però, non capì, anzi interpretò male quel suo insolito eccesso di affetto.

Marta il giorno dopo era a scuola, le lezioni s’intensificavano durante l’autunno e l’inverno. Purtroppo quel giorno era presente anche Marcella, con la sua invadente e fastidiosa presenza. Durante la pausa Marta voleva parlare con Eleonora, voleva raccontare l’episodio del giorno prima, raccontare le proprie emozioni, per cercare di capirle meglio, quindi, mangiando un panino imbottito di speck e brie, le due donne si sedettero in sala professori, l’una davanti all’altra, felici di questo momento tutto loro.

Marcella, gelosa dell’amicizia che le due donne avevano e dimostravano, entrava sempre nella stanza, e non contenta, anche sapendo che le due erano in pausa, si intrometteva, chiedendo spiegazioni sulle lezioni, sui corsi, e quando le risposte erano evasive, introduceva altri discorsi di una banalità irritante, come il tempo e le stagioni. Per lei non era importante il contenuto, la cosa importante era disturbare le due per essere presente nelle loro menti. I suoi meccanismi perversi, erano spesso causa di screzi e litigi, ma lei pur di essere presente a qualcuno, si intrometteva, invadeva, logorava. La sua parlata veloce infastidiva chiunque, i suoi modi infastidivano chiunque, non aveva vita propria, viveva delle vite degli altri, il suo pettegolare fine a se stesso era la sua stessa vita. Ormai tutti in maniera elegante cercavano di evitarla, con mille scuse, ma lei puntuale si presentava sempre al momento meno opportuno. Personaggio solo, troppo solo e frustrato. Apparentemente felice, aveva sempre una soluzione per tutto e tutti, tranne che per se stessa.

L’ultima sua trovata per infastidire le lezioni e gli insegnanti erano i tacchi. In passato aveva riferito problemi alla colonna vertebrale, quindi indossava scarpe comode, con la gomma spessa come suola, per attutire l’impatto con il terreno, poi, improvvisamente guarita, camminava con un tacco di almeno sette centimetri, tacco non ricoperto dalla gomma. Il suo ticchettio lungo i corridoi rimbombava ed echeggiava ovunque, passava e ripassava, come un orologio impazzito, tic tac, tic tac, tic tac, che fastidio incredibile!

Eleonora sorrideva a Marcella, le dava il contentino, ma ad un certo punto, non resse più alla sua invadenza e disse ad alta voce: “Andiamo fuori, qui è impossibile, siamo in pausa, quella ci spetta di diritto!”

“Vengo anche io, vengo anche io, voglio una pizza ai quattro formaggi!” esclamò Marcella, anche se spesso diceva che era intollerante al grano e ai latticini.

La donna aveva ottenuto il suo intento, quindi Marta non poteva esprimere le sue emozioni, emozioni forti, emozioni di donna.

Sebastiano passava parte delle sue serate a casa, il computer rispondeva alla sua creatività, la musica e le parole rimanevano impresse al suo interno, ma solo là purtroppo. Ultimamente, però, faceva fatica a comporre qualsiasi cosa, anche una riga gli costava fatica ed ore di sofferenza. Spesso la moglie passava, rimaneva dietro di lui, gli cingeva le spalle, ma non percepiva il suo vero stato d’animo, non per inettitudine ma per rispetto. Non osava chiedere nulla e nulla chiedeva, pensava fosse una fase passeggera, un momento un po’ triste, un po’ buio.

Sebastiano si ricordò della promessa fatta a Marta, si ricordò dei suoi fianchi e delle sua labbra, della sua forma dentro l’impermeabile, ma anche della sua sensibilità, dimostrata in varie occasioni. Dopo aver scritto una mail a Gabriele, mail intensa come ogni suo pensiero, prese il cellulare e, quasi per scherzo, inviò un sms a Marta, con scritto: “Dopodomani facciamo colazione assieme al bar vicino alla banca, alle 9.00? Se non puoi nessun problema, farò come se fosse.” Immediatamente arrivò la risposta

“Sì ci sarò e non come se fosse, ci sarò, ciao buona notte Marta.”

Era tardi, i bip del cellulare turbarono un po’ la moglie di Sebastiano, ma caricarono Marta di emozioni e aspettative. In realtà ancora non sapeva cosa provava, eppure il piacere di incontrare Sebastiano la prese e la avvolse. Entrò in camera da letto: Alberto dormiva, stanco dopo lunghe battaglie ai video giochi.

Marta prese sonno, il sorriso di Sebastiano fu l’immagine che vide davanti a sé, prima di addormentarsi.

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