Marta che guarda il cielo – Nona puntata

Capitolo 9°

La sveglia puntata dieci minuti prima del solito ruppe il silenzio della notte. Marta fu subito giù dal letto, il pavimento freddo non fu un ostacolo alla sua fretta, senza ciabatte e senza vestaglia andò in bagno, il suo viso era riposato e di questo era contenta. Si lavò e dopo passò accuratamente del latte detergente sul viso per predisporlo al trucco, trucco leggero, ma efficace. Voleva mettere in evidenza i suoi occhi e le sue labbra, oggetto di complimenti da parte di Sebastiano in passato. Perché si comportava così? Cosa le stava passando per la mente? La donna si guardò allo specchio e l’immagine riflessa fu severa, sembrava dirle: “Marta hai quasi 40 anni, con chi o con cosa vuoi giocare?”

Un rumore la distrasse, Alberto si era alzato e voleva andare in bagno. Mentre il caffè borbottava in cucina, i due si diedero il cambio al lavandino, un semplice sguardo, un saluto silenzioso, nessun bacio, ma nemmeno nessuna voglia di scambiarselo. Caffè amaro, amarissimo entrava nella bocca di Marta. Alberto passando disse: “Come sei carina oggi!” La frase fece un immenso piacere alla donna, ma era il complimento che faceva piacere, non chi l’aveva detto. Un timido “grazie” uscì dalle labbra, grazie che arrivò alle guance di Alberto, sfiorandole con dolcezza. Immediatamente un pesante senso di colpa prese possesso di lei, i suoi occhi erano rivolti verso il basso, si sentiva sporca anche per il pensiero di uscire con Sebastiano, ma ormai il sì era stato detto e non poteva più tornare indietro, o meglio, non voleva più tornare indietro.

Cercò di trovare una buona scusa per uscire senza essere attanagliata da mille colpe. Vide la borsa del calcetto di Alberto ancora piena di indumenti sporchi da due giorni e la televisione ancora imbrigliata nei fili di video giochi, effimere scuse, effimere stupidità, che in parte sollevarono la donna. “In fondo cosa faccio di male? Un caffè e una brioche, tutto qui. Sebastiano non è Maurizio, lui è di un’altra pasta.”

Indossò i jeans, la maglia nera, un saluto al volo al marito e via, in auto. Via, verso il bar Oasi dove Sebastiano attendeva. In realtà Marta arrivò in anticipo di almeno un quarto d’ora, parcheggiò l’auto vicino al bar e approfittò dell’anticipo per fare due passi, voleva godere della freschezza dell’aria mattutina, voleva sgranchirsi i pensieri, non le gambe. Non si allontanò troppo e poco dopo entrò nel bar, e si sedette ad un tavolino. Marta guardava con invidia Tony e Cinzia, i coniugi proprietari, trovava bellissime le coccole e le effusioni che si scambiavano i due, a volte avrebbe voluto essere al posto di Cinzia, non per avere accanto Tony, ma per avere accanto un uomo, un uomo capace di farla sentire viva, non giovane, ma donna o, speranza vana, mamma.

Finalmente, Sebastiano arrivò, avvolto nel suo giubbotto verde, pesante e schiacciato, nascosto da un cappello grigio. Quel cappello con la visiera corta nascondeva in parte l’espressione dell’uomo e il colletto, tirato su a dovere, nascondeva guance e altro ancora. Arrivò con movimenti lenti, le mani in tasca chiudevano ancora di più la sua emozione, ma chi sapeva guardare vedeva che il sentimento più forte era la tristezza.

Salì i tre scalini che dividevano il bar dalla strada e aprì la porta. Il tepore del locale gli fece appannare gli occhiali, che tolse con movimento armonico, così finalmente il suo sguardo e la sua espressione poterono liberarsi nell’aria. Marta nel vederlo ebbe un sussulto, il cuore iniziò ad accelerare e le mani sudavano, lasciando libero l’imbarazzo. Non fece caso a questa emozione, anche perché riteneva normale provare questo nel vedere una persona simpatica e gradevole, quindi non diede peso a ciò. La donna si alzò, lasciando cadere il soprabito in terra, dando così modo a Sebastiano di raccogliere il tutto e di soddisfare il cavaliere che era in lui. Si salutarono baciandosi sulle guance. Marta, però, avvertì un tremolio al basso ventre, quando la barba ispida di Sebastiano, graffiò le sue guance e il suo profumo dolce, di pelle che aveva lavorato, penetrò nelle sue narici, insinuandosi anche più in basso. Questa sensazione la turbò alquanto, ma non poteva pensarci su, non c’era il tempo.

Sebastiano si sedette e ordinò a Tony, che arrivò sorridente come sempre, due caffè. Prese due brioches con marmellata, ancora calde, ancora fumanti, ancora fragranti, che poi posò sopra il tavolo, in un unico piattino. L’uomo teneva gli occhi bassi, un timido sorriso era abbozzato sulle sue labbra. Insieme, inavvertitamente, i due allungarono le mai per prendere la brioches e la mano di Sebastiano si posò sopra quella di Marta. Un calore avvolse la donna, questa volta lo avvertì distintamente, in realtà la mano era fredda, Sebastiano arrivava da fuori, ma il calore era interno.

L’uomo subito sottrasse la sua mano, chiedendo scusa per il gesto sprovveduto, non rendendosi conto di ciò che aveva suscitato in Marta, che paonazza disse: “Nulla, figurati !”

Mentre Marta portava alla bocca la sua brioche, una figura tristemente familiare saliva i gradini del bar: Marcella. Lei aveva fiuto per cercare situazioni su cui si poteva poi chiacchierare, era sicuramente una casualità il suo arrivo, ma immediatamente Marta vide il suo sorriso stereotipato, da finta felice, trasformarsi in gioia pura, perché aveva un argomento valido su cui spettegolare e una situazione da disfare. Infatti, senza staccare lo sguardo da Sebastiano, si avvicinò a grandi passi verso Marta, salutando a gran voce.

Ciaoooo! Ma come vaaaaa?”

In realtà si erano viste solo il giorno prima e in un giorno la vita non cambia così radicalmente. Marta si alzò, ma Marcella prese la sedia e disse: “Comoda, mi siedo anche io.” Poi si girò verso Tony, ed ordinò.

Un caffè macchiato con latte di soia, ma solo schiumato, con zucchero di canna, in tazza piccola…” Sebastiano, acuto osservatore, notò la smorfia di Tony, ma il suo umore non era così buono da permettersi di ridere, quindi guardò Marta, chiedendo con lo sguardo chi fosse la donna. Era evidente che era infastidito dalla sua presenza e dalla sua voce stridula e anche dalla sua parlata veloce e frettolosa.

Marta, nemmeno tanto sorpresa dalla situazione, disse :”Sebastiano, ti presento Marcella, l’avrai sicuramente vista al corso, insegna con me!”

Sì, ricordo.” disse laconico e rassegnato.

In realtà non la ricordava affatto, tuttavia non aveva proprio voglia di fare tante parole, era svogliato, privo di interesse per le frivolezze. Marcella era tronfia, raggiante, il suo viso era illuminato, era seduta in mezzo ai due e mise la sua frustrazione come barriera, per distruggere quel momento fra loro.

Iniziò a fare domande, sempre inopportune e sempre con il suo sorriso idiota stampato su quell’inutile viso.

Allora, come è nata questa amicizia? Quanti anni hai Sebastiano? Non mi ricordo di te, dimmi che lavoro fai?”

Nel frattempo Tony portò il caffè che aveva ordinato Marcella, che approfittò della sua presenza, per dire tutto d’un fiato e con velocità eccessiva: “Mi porti anche una brioche, quella di farina integrale. In realtà sono intollerante ma mi piace la brioche e poi, se c’è, prendo quella con la nutella, sono intollerante anche al lattosio, ma ogni tanto mangio lo stesso il lattosio. Se può me la scaldi, ma non troppo, altrimenti la nutella poi brucia e perde gusto. Metta anche lo zucchero, quello bianco, dà un sapore diverso, meglio di quello di canna, e un bicchiere d’acqua gasata, no meglio naturale, fuori frigo, grazie. Ah! Magari porti anche qualche tovagliolo.”

Tony basito prese il blocchetto, lo porse a Marcella e disse: “Potrebbe scrivere? Mi è sfuggito qualcosa.”

La situazione era veramente teatrale, Marta e Sebastiano non scucivano una parola, si guardavano, Marcella parlava, parlava, parlava, senza che nessuno capisse in realtà ciò che dicesse realmente. In effetti diceva proprio poco di concreto.

Poi Sebastiano finì la brioche e si alzò dicendo: “Pago io!” Diede un piccolo sguardo d’intesa a Marta, diede la mano a Marcella, che continuò a parlare, e andò via, lasciandosi dietro un po’ di rabbia e frustrazione. Seppur brevissimo, il momento passato con Marta, quell’istante, in cui le loro mani si erano sfiorate, toccò qualche corda a Sebastiano. Non capiva cosa e come e, poiché era un uomo pervaso di spiritualità e curiosità interiore, iniziò a porsi una serie di domande, domande che non ebbero alcuna risposta..

Mentre camminava e suoi piedi schiacciavano le pozzanghere, l’immagine della mano sopra quella di Marta compariva e scompariva. Nulla, nessuna risposta certa, anzi, si crearono ancor di più dubbi e nodi da sciogliere. Aveva bisogno di un confronto, di uno specchio, di un amico: Gabriele era nella sua mente. Lui era il suo specchio, il suo riflesso nella spiritualità. Entrando nell’umidità dell’auto, si ripromise che gli avrebbe mandato una mail.

Marta era ancora all’Oasi, in compagnia di Marcella, felice del risultato ottenuto. La collega parlava ancora, anzi sproloquiava, i suoi capelli appena tinti di biondo cenere oscillavano a compartimenti sulla sua testa, purtroppo non riuscivano a coprire le parole e i discorsi senza senso. Marta guardava fuori, voleva vedere i passi di Sebastiano, il suo andamento lento e sinuoso. Voleva, però, guardarsi dentro, anche lei aveva bisogno di uno specchio. Chi se non Eleonora? Poi, sempre seguita da Marcella e dalle sue parole, uscì dal bar, coccolata dall’immagine di Sebastiano.

La giornata passò come tante altre, le foglie ormai cadevano a fiotti dagli alberi, il paesaggio era triste e grigio. Qualcosa covava dentro Marta, qualcosa di vivo. Arrivò a casa, preparò una cena semplice per due, Alberto ancora non era arrivato, ma presto sarebbe entrato in casa con tutto il suo fardello di indecisione. Quando arrivò, gettò la borsa con gli indumenti sporchi sul pavimento e salutò meccanicamente. Questa era sua abitudine, poi si sedette a tavola, guardò Marta negli occhi e chiese: “Che cosa hai? Sembri elettrica, cosa hai visto?”

Alberto, voglio un figlio!”

La risposta del marito fu degna di una gag comica: “Alla tua età? Lascia stare, sai come la penso!”

Sì, lo so come la pensi, lo so, ma le idee si possono anche cambiare no?”

Certo, queste, però, non sono decisioni che si prendono così su due piedi, bisogna ragionarci su, programmare, vedere, studiare!”

Diceva queste parole senza guardare Marta in viso, non voleva incrociare il suo sguardo, proprio no, sapeva che non avrebbe retto la sua voglia di maternità. La voce tremava, sapeva che era in torto e sapeva anche del grande desiderio di Marta.

Se nasce un figlio, potrò ancora giocare a calcetto? E i miei videogiochi? Sai che sono la mia passione!”

Marta si chiese come avesse potuto sposare un idiota del genere, ma il rimorso della relazione clandestina con Maurizio le morse l’anima e la lingua, non seppe rispondere a quella stupida domanda, anche perché non c’era nessuna risposta da dare, girava il passato di verdura con il cucchiaio, creava dei vortici verdi, anche lei aveva lo sguardo basso. Le emozioni si fermarono, anche il respiro, in passato avrebbe pianto, ora no. Alberto continuò a mangiare, in silenzio, solo il rumore delle posate nei piatti risuonava nella stanza, il vapore dai piatti caldi saliva ondeggiando e creava una barriera fra i due, barriera effimera ma quasi insormontabile. L’uomo dietro il vapore, sembrava etereo, trasparente, come in effetti era ormai, per personalità latitante e presenza nel cuore di Marta. La donna poi, dopo aver finto di mangiare, raccolse i piatti, li lavò accuratamente nel lavandino, inutile accendere la lavastoviglie per due. Infine, accompagnata dal rumore dei video giochi che Alberto aveva appena avviato, entrò in bagno.

Iniziò a spogliarsi davanti allo specchio e vide che il suo corpo era ancora bello, tonico, ma il viso mostrava sofferenze e tempo passato quasi inutilmente. I suoi occhi brillavano, la tristezza era nascosta da un velo umido, spesso, ma non pesante come una lacrima, nulla scendeva. Un po’ di tonico, del latte detergente e via, nel letto fresco di lenzuola pulite e freddo di corpi staccati, mai uniti. Un sonno agitato fu suo compagno nella notte, qualcosa di poco chiaro si aggirava nella sua mente, sorrisi, mani, profumi dai tratti indefiniti, solo il russare di Alberto alterava il corso della notte, che andava via piena di sogni movimentati.

In un’altra casa, quella di Sebastiano, qualcosa di simile accadeva, ma la profondità era diversa, un velo di misticismo copriva ogni pensiero, ogni situazione non era un caso. Fortunatamente anche qui il sonno coprì ogni cosa e i sogni non furono chiarificatori. In quel periodo, Sebastiano produceva sogni in continuazione, a volte molto tetri, tutti sogni densi di una simbologia forte. Mille dubbi irrisolti, mille sogni senza fine. La grande stanchezza del momento e la situazione impedivano un lavoro introspettivo e questo faceva nascere ulteriori dubbi nella mente di Sebastiano.

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