Marta che guarda il cielo – Diciottesima puntata

Capitolo 18°

La sveglia urlò alle sei del mattino tutta la sua rumorosa attività, una lama che trafisse la testa di Marta, che di soprassalto si svegliò annaspando. Anche Alberto fu sorpreso dal suono fastidioso, ma immediatamente si alzò senza lamentarsi e si infilò in bagno come un fulmine di un temporale estivo. Il rumore della doccia sorprese alquanto Marta, che con fatica preparò la caffettiera, pigiando forte la polvere nera, per aumentare la quantità di caffeina.

La luce del mattino era già forte e trapassava le tapparelle e le tende. Il viaggio sarebbe potuto durare anche cinque ore, a seconda del traffico, quindi Marta avrebbe dovuto tollerare la presenza del marito e i suoi eventuali discorsi, un caffè forte ci voleva proprio.

Lasciò una tazza fumante anche per Alberto, che uscì dal bagno profumato come un fiore di campo. Marta entrò in bagno, si guardò allo specchio, ancora appannato per la doccia da poco fatta da Alberto. Sembrava un fantasma e le gocce del vapore che colavano sembravano gocce di sudore che scendevano dalla fronte. Lavò il viso e i denti, poi iniziò a pettinarsi, senza guardarsi, svogliata nei gesti e nelle intenzioni. Chissà cosa stava facendo Sebastiano? Chissà se anche lui adesso si era svegliato e se beveva il caffè? Quella notte l’aveva pensata o invece aveva fatto l’amore con sua moglie? Forse mentre lo faceva pensava a lei ?

Un forte “Sei pronta?” urlato da Alberto, la scosse da capo a piedi. Che fretta aveva di partire? Sicuramente era stanco anche lui e desiderava molto quella vacanza, aveva fretta di arrivare, il viaggio era lungo.

Sì, un attimo e ci sono.”

Un ultimo sguardo allo specchio appannato, poi aprì la porta del bagno, prese dal comodino lo scritto di Sebastiano e lo mise nella borsa. Alberto caricò le valigie in auto. Un’auto senza seggiolini aveva spazio da vendere, il bagagliaio poteva ospitare ancora un passeggino o addirittura un lettino da campeggio. Marta doveva affrontare il viaggio in compagnia del marito, parlare di qualcosa, discutere, interagire, da tempo i due non stavano assieme per così tanto tempo.

Il rullio dell’auto, però, conciliava il sonno, la donna fece uno sforzo enorme per stare sveglia e cercò di tenere compagnia al marito, che guidava speditamente in direzione nord- est. L’auto, carica di valigie e fardelli non risolti, imboccò l’autostrada. Il serpente grigio s’insinuava nella pianura, poche altre auto nelle corsie.

Era bello vedere i boschi di pioppo che si stagliavano ai lati, con il loro verde brillante, tintinnante per via delle foglie che si muovevano alla leggera brezza, dietro i boschi enormi nuvole bianche contrastavano con un cielo azzurrissimo. Un senso di pace invase la donna, era da tempo che non si sentiva così, stanca ma serena, non appagata, quasi abbandonata ma con una speranza incalzante, forte, viva. Stringeva a sé la borsa, con al suo interno qualche tachipirina e dei fazzoletti di carta, ma anche il romanzo di Sebastiano.

Marta si girò verso il marito, un abbozzo di sorriso si disegnò sulle sue labbra.

Se vuoi guido un po’ anche io, sarai stanco, ieri hai lavorato, io no. Chiedi pure, mi sento meglio rispetto ai giorni scorsi!”

No grazie, mi sembri ancora stanca, stai tranquilla, fra poco ci fermiamo e ci prendiamo un caffè e qualcosa da mangiare, ho fretta di sistemarmi in albergo.”

Come vuoi, come vuoi, anche io ho fretta di arrivare in albergo, non vedo l’ora di fare un bell’ idromassaggio e altro ancora!”

Poi Alberto accese la radio e tagliò così ogni discussione, Marta approfittò per appisolarsi un po’.

Un autogrill accolse l’auto con i due viaggiatori, Alberto galantemente aprì la portiera alla moglie e insieme si diressero verso il bar ristorante. Appena varcata la soglia, Marta ebbe un conato di vomito improvviso, che sorprese entrambi, poi un secondo e un terzo. Alberto era quasi disgustato da questo atteggiamento e cercò di nascondere il suo disgusto, voltandosi verso la donna con sguardo attonito.

Marta era imbarazzata e disse: “Entra tu, io aspetto fuori, questo odore mi disgusta, scusami non so cosa mi stia capitando, vai tranquillo, se riesci portami un caffè.”

Alberto non si fece ripetere l’invito due volte e con un secco “va bene” liquidò la donna che uscì a respirare aria pulita.

Appena fuori la nausea sparì, l’aria, nonostante fossero già le undici, era fresca, Marta respirava a pieni polmoni, da lontano si vedevano montagne rossicce e cielo azzurro.

Ecco il caffè!” Alberto tornò con un caffè fumante, tornò anche troppo presto per Marta, che voleva gustarsi quella freschezza e quei pensieri. Il liquido bollente la svegliò e placò almeno in parte la sensazione di nausea.

Rimanevano ancora poche ore all’arrivo, il paesaggio ormai era mutato, la meta era vicina. Davanti all’orizzonte si stagliavano montagne azzurrine, quasi squadrate nelle forme, senza punte ma mozzate, come pensieri inespressi, sotto di esse una base dello stesso colore si scontrava con un verde scuro, intenso, come l’affanno di Marta degli ultimi tempi, verde che si addolciva in sfumature più chiare, con macchie gialle, semplicemente abbaglianti. Le Dolomiti e le colline sottostanti erano vicine. Ai lati della strada altro verde brillante, puntinato di mille sfumature di ogni colore, fiori di campo ovunque, una delizia per gli occhi e un piacere per le anime serene.

Alberto era impaziente, pigiava sull’acceleratore, concentrato alla guida e all’orologio, sembrava avesse un appuntamento talmente era deciso ad arrivare. Nessuno sguardo, nessuna parola fra i due, solo fretta di arrivare. Poco dopo, un laghetto con le acque quasi trasparenti, circondato da una pineta secolare scura ed ombrosa, fece sorridere Alberto, che disse: “Manca poco, siamo quasi arrivati.”

Marta si stupì e pensò che il marito avesse studiato bene l’itinerario su Internet, sembrava conoscere il luogo. Poco dopo, un villaggio incastonato sulla collina accolse l’auto e i due viaggiatori, case di legno, con i tetti molto spioventi, balconi di legno, pieni di vasi ricolmi di fiori, gerani, surfinie blu, bianche, fucsia, contrastavano con il legno scuro e impreziosivano il già ricco paesaggio. Aiuole perfettamente rasate, con erba millimetricamente curata, davano un senso di militare tranquillità, tutto era perfettamente ordinato, curato, preciso. Questo ordine, però, infastidiva Marta. Sicuramente questi paesaggi potevano essere spunto di pitture, ma Marta non aveva portato con sé l’occorrente, non aveva nemmeno pensato a questa cosa, voleva solo leggere.

Il centro benessere era situato poco lontano dal centro del paese, struttura accogliente, in paramano rosso, caldo e rassicurante. Camera semplice, letto matrimoniale, bagno enorme, con vasca idromassaggio e, sopra il comodino, l’elenco delle varie attività.

Alberto prese le valigie e le gettò sopra il letto, senza chiedere nulla, le aprì ed estrasse gli indumenti per il jogging, si cambiò e con un semplice ma secco “Vado ad allenarmi, a dopo!” liquidò Marta, che senza dire nulla acconsentì, con un senso di amarezza ma allo stesso tempo un senso di liberazione.

La donna si sdraiò sul letto, guardando il soffitto. Poi prese l’opuscolo informativo e guardò le mille attività, oltre alle classiche sauna e bagno turco, vi erano anche il massaggio antistress, rilassante e drenante totale, poi trattamento anticellulite, massaggio a quattro mani, esfoliante corpo alla mela, ai frutti di bosco, al miele, allo zucchero, al cioccolato, al fieno, manicure, pedicure a altro ancora.

Marta prese la borsa, estrasse lo scritto di Sebastiano e iniziò a leggere. Dopo le prime righe, apparentemente solo descrittive, iniziò ad appassionarsi alla storia: un padre, un figlio morto, una madre, sì una madre coraggiosa e volitiva.

Poi la stanchezza del viaggio e la stanchezza che l’affliggeva negli ultimi tempi la presero con forza e la distolsero dalla lettura, anche se ne era letteralmente rapita. Prima di crollare, inviò un sms a Sebastiano.

Ho iniziato a leggere Il Voto, le prime pagine sono semplicemente meravigliose, hai talento da vendere, bravo, grazie per il regalo e mi riferisco al tuo scritto. Qui per ora tutto bene. Ciao. Prof.”

Il buio ed Alberto la risvegliarono, il marito disse che era tornato presto e che avrebbe voluto uscire, ma, vedendola dormire cosi profondamente, aveva approfittato per continuare il suo allenamento. Li aspettava comunque la cena. Dopo una preparazione sbrigativa, almeno da parte di Marta, i due scesero al ristorante.

Il locale era molto accogliente, sicuramente più di Alberto, che sembrava nervoso, ansioso di fare altro. I due si sedettero al tavolo e il cameriere, un uomo enorme, biondo, dal forte accento tedesco, portò come da menu, una minestra, spiegando che era una specialità del luogo, Marta chiese: “Che cosa è?”

Il cameriere gentilmente rispose: “Questa è la minestra di zanzarele, sono pezzi di pasta composti da farina di mais e uovo e cotti in brodo di carne o vegetale. Il piatto di oggi è cotto in brodo di carne e il suo colore giallo è dato dalle nostre uova, deposte da galline ruspanti.”

Marta era divertita da queste delucidazioni, mentre Alberto era sempre più insofferente alla situazione, infatti, rispose bruscamente: “Sì, abbiamo capito, grazie, porti il vino ora!”

I due iniziarono a mangiare la minestra, piatto in realtà poco estivo, ma era buono e gustoso e Marta lo gradì. Il cameriere portò una bottiglia di vino e, mentre stava per enunciare le sue qualità, Alberto lo stoppò.

Porti il secondo, abbiamo fretta!”

Il cameriere, incassò ed andò via, ma Marta, irritata da questo atteggiamento, chiese: “Dove dobbiamo andare? Perché tutta questa fretta?”

Alberto non sapeva cosa rispondere, non reggeva lo sguardo della moglie, che lo guardava con aria indispettita, poi rispose: “Voglio stare solo con te…tutto qui…”

Questa risposta spiazzò la donna che in realtà non aveva alcuna voglia di stare sola con lui, ma riuscì a ribattere: “Abbiamo una settimana, che fretta c’è? Stai tranquillo dai, non è il caso di rispondere così!”

Va bene, cercherò di stare più tranquillo, ma sai sono stanco anche io, cerca di capire!”

Sì, capisco, è proprio per questo che siamo in vacanza, ma, ripeto, abbiamo una settimana!”

Un altro cameriere portò il secondo, un piatto di carne e patate, nessuna spiegazione accompagnò la portata e poi vi fu il dolce, un classico strudel di mele. Il disagio di Marta era evidente ed il pensiero di passare la serata e la notte con il marito la infastidiva parecchio, specialmente se la serata si fosse protratta con intenzione di intimità.

Quindi, appena finita la cena, Marta si trattenne davanti ad un piccolo spettacolo di cabaret, nell’intento di passare il tempo lontano dalla camera, cosa riuscita benissimo, infatti Alberto, dopo un po’ disse: “Non mi piace lo spettacolo, vado a fare una passeggiata, se vuoi stai pure, nessun problema!”

Va bene, va bene, vai pure.”

Senza dire nulla, Alberto andò via, di gran fretta, come se avesse un appuntamento. La serata passò pigra e lenta, il letto ed il sonno furono la degna conclusione della nottata. Marta riuscì ad evitare l’intimità con il marito, ma i giorni e le notti erano ancora molti, prima o poi avrebbe dovuto cedere alle insistenze, non molto esagerate a dire il vero, di Alberto.

Il giorno seguente, dopo che si svegliarono con tutta calma e gustarono una colazione tipicamente trentina, a base di strudel, decisero di sottoporsi ad una seduta di massaggi rilassanti. I due entrarono nello spogliatoio.

Marta iniziò a spogliarsi, la luce del giorno non nascondeva la sua nudità e nemmeno il suo imbarazzo. Notò che Alberto aveva un fisico asciutto, decisamente tonico, non ricordava più il suo aspetto, del resto avevano fatto sesso circa un mese prima, al buio, dopo anni di digiuno. Non provò attrazione ma stupore.

La seduta di massaggi fu piacevole, rilassante, le essenze profumate penetravano nelle narici, i profumi di fieno e fiori evocavano paesaggi erbosi, dove l’abbandono e il sonno la facevano da padroni. Finita la seduta, seguirono un pranzo tipico ed un sonno ristoratore. Alberto non fece alcuna avance. Al suo risveglio Marta trovò il letto vuoto, il marito era uscito, vi era un biglietto sul cuscino: “Sono ad allenarmi, a dopo, Alberto”.

Marta, un po’ ritemprata dalla sua stanchezza esagerata, decise di fare una passeggiata in paese e dopo si sarebbe dedicata alla lettura del libro di Seb. Prima di uscire, inviò un sms all’amica Eleonora.

Qui tutto bene, monotonia e relax. Alberto in effetti è strano, ma pazienza, sono fasi della vita, ciao a presto, Marta.”

Con tutta calma, indossò scarpe comode, abbigliamento sportivo e uscì dall’albergo. Da lontano si vedeva un campanile, con un tetto grigio a punta, con la torre sottostante bianca come la neve, era sicuramente il centro del paese, infatti si vedevano altri edifici. La strada era piana, era piacevole percorrerla, grandi prati verdi, puntinati di fiori di campo, allietavano vista e olfatto, un gradevole profumo invadeva l’aria, le api volavano pigramente e le farfalle sembravano stelle colorate cadute dal cielo. Una staccionata bianca, di legno, divideva la strada dalla campagna, un ordine ben preciso, che dava sicurezza anche all’interiorità di Marta. Il paese era tranquillo, la gente sfuggente, pochi turisti, balconi pieni di fiori colorati.

D’un tratto davanti ad un negozio le sembrò di vedere Alberto, era davanti ad una panetteria, da solo, postura di attesa. Lo osservò e provò un moto di tenerezza.

Forse compra della pizza per me e io sono così sfuggente!” pensò fra sé e sé.

Stava per andargli incontro, quando vide una donna che lo abbracciava: era una donna giovane, molto bella, dai capelli lunghi e biondi, lisci, non vedeva i contorni del viso, era troppo lontana, ma non così lontana da non vedere il suo stato di gravidanza. I due si baciarono sulla bocca, con l’intensità di due persone che hanno una grande intesa, poi si presero per mano ed Alberto accarezzò il ventre della donna, che accompagnò il suo gesto.

Era proprio lui? O la stanchezza faceva brutti scherzi? Marta si avvicinò un po’, nascondendosi dietro gli angoli delle case, rasentava i muri, non poteva credere a quello che vedeva. Sì era proprio Alberto e teneva la mano di una donna gravida, sì gravida…

Si avvicinò ancora, la vista era appannata dalle lacrime e dalla rabbia, dallo stupore, anche dalla luce e dalla confusione incredibile che in quel momento la fagocitava. Perché organizzare questo viaggio? Cosa voleva dire? Cosa stava succedendo? Era lui il padre del nascituro? Marta sentiva il cuore gonfiarsi di un’emozione indefinita, rabbia, prima di tutto. Perché con lei non voleva figli e con un’altra sì? Guardava incredula, fece ancora qualche passo verso la coppia, erano davanti ad un negozio di abbigliamento per bambini e Alberto continuava ad accarezzare il pancione della donna, era evidente che il padre era lui, troppo evidente.

Quello non era un tradimento, era qualcosa di più, era un affronto terribile, uno sfregio, un insulto. Anche lei aveva tradito, ma non in questa maniera, questo no, questo no. Alberto padre e lei non madre…

Marta si girò, il suo cuore batteva all’impazzata, le lacrime scendevano copiose. Iniziò a correre verso l’albergo, anche se avrebbe voluto vedere bene in viso la madre del figlio di Alberto, si fermò un attimo, si girò ma non ebbe il coraggio. Riprese la corsa a perdifiato, l’aria, però, presto iniziò a mancare. I suoi passi si fecero pesanti e corti. Un forte, fortissimo dolore al petto e alla testa dentro di lei, ma non si fermò. Un sapore acido in bocca, un’altra fitta al torace, la testa rumoreggiava, un tamburo sarebbe stato più silenzioso. Fece qualche passo ancora, poi la staccionata bianca fermò per un attimo la sua corsa forsennata.

Perché, perché, perché? Non capisco!”

Riprese la corsa, il paesaggio si fece scuro, sempre più scuro, l’ossigeno sempre più raro. Marta mordeva l’aria, voleva respirare. Portò le mani al petto, il respiro era sempre più corto. Cadde, il sapore della terra era quasi migliore di quello che provava in quel momento. Mancava l’aria, mancava la vita, tentò di rialzarsi, le lacrime bagnarono il terreno, si rialzò, ma un altro tonfo ed il buio la rapirono del tutto. Solo buio, solo sapore acido, solo mancanza d’aria, solo sapore di tradimento, poi il nulla, solo il nulla.

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