Marta che guarda il cielo – Diciannovesima puntata

Capitolo 19°

Un bip bip regolare e monotono lentamente entrò nei suoi timpani. Il sapore in bocca era diverso, dolciastro. Respirava bene, sentiva il torace espandersi e l’aria che entrava era buona, pulita. Forse aveva sognato e si era addormentata nel magnifico prato verde e il profumo che sentiva era quello dei fiori di campo. Non capiva il bip, forse un trattore o un insetto lontano. Tentò di girarsi, ma un dolore pungente al braccio la stizzì “queste vespe!pensò . Aprì lentamente gli occhi: era in una stanza, non in un prato, il bip era quello di un monitor alla sua destra, dove un tracciato luminoso scandiva la sua attività elettrica. Il sapore buono dell’aria era dato da un tubicino che entrava nel naso, sicuramente ossigeno e il dolore pungente da un ago, introdotto nella vena.

Era in una stanza d’ospedale, la luce era tenue, il verde delle pareti era rilassante, il bip conciliava il sonno. Cercò di ricordare cosa fosse realmente accaduto, ricordava il sapore della terra in bocca ed il dolore della caduta, non ricordava altro al momento o, forse, non voleva ricordare. Sì, non voleva ricordare…ma imperiosa e dirompente si materializzò nella sua mente l’immagine di Alberto che accarezzava la pancia di una donna, la pancia di una donna gravida.

Un urlo uscì dalla sua bocca, un urlo soffocato da un pianto dirotto, devastante, lacerante. Ora ricordava tutto: Alberto mano nella mano con quella donna, il loro bacio, le loro effusioni e soprattutto la gravidanza…

Non riusciva a capacitarsi di questa cosa, di questo evento, di questa cattiveria. Eleonora aveva ragione, c’era un’altra donna, ma non solo quello. Capiva le sue settimane fuori per lavoro, il suo continuo uscire degli ultimi tempi, il rinnovo della biancheria, ma la gravidanza? Di questo non si capacitava, di questo no, perché con un’altra donna sì e con lei no? Perché questo? Cosa aveva lei in meno dell’altra? Cosa c’era in lei che non andava?

Ora capiva anche il suo cercare di stare vicini, per coprire altre assenze. Era tutto studiato, perfettamente studiato e calcolato. Che ingenua che era stata, che ingenua! Poi pensò ad una vendetta, anche lei aveva tradito, ma non in questa maniera, non così.

Il suo pianto rumoroso e dirotto attirò l’attenzione di un infermiere. Questi si avvicinò, sorrise, il suo volto era duro, con un pizzo nero e grigio che dimostrava maturità. Prese una garza e asciugò le lacrime. Poi con una voce profonda e calda disse: “Marta, bentornata fra noi. E’ stata tre giorni priva di conoscenza, brutta avventura la sua, vuole un po’ di acqua? Le flebo idratano, ma un bicchiere d’acqua è tutta un’altra cosa e poi nelle sue condizioni si deve bere molto.

Senta Marta, non aveva documenti con sé quando è stata male, il suo nome era inciso su un braccialetto. Marta è il suo nome vero?”

Immediatamente il suo pensiero andò a Sebastiano, era suo il dono del braccialetto, provvidenziale. La donna non voleva rispondere, Alberto sicuramente non sapeva nulla del suo ricovero, oppure sapeva e non era presente in quel momento. Chissà perché poi? Certamente stava con l’altra donna, la futura mamma, però questa situazione poteva essere una buona occasione per troncare di netto il loro rapporto.

Era in Trentino, poteva chiamare Eleonora o anche Sebastiano. I pensieri erano vorticosi come sempre, l’infermiere intuì che qualcosa non quadrava.

Se vuole la lascio da sola, ma prima o poi questa situazione si deve risolvere. Tutto si deve affrontare prima o poi, tutto, i nostri fantasmi tornano sempre. Ora la lascio, torno fra poco, verrà anche il dottore con me.”

Sì, mi chiamo Marta…mi chiamo Marta…e vorrei dell’acqua…grazie!”

L’infermiere sorrise nuovamente e porse un bicchiere alla donna, poi sparì dietro la porta, lasciandosi dietro un alone di competenza e capacità analitica che stupì la donna.

Marta mise le mani nel cassetto del comodino, il cellulare era spento, l’aveva portato con sé, ma non l’aveva acceso quando era uscita. Non lo accese ancora, voleva pensare a ciò che era accaduto, anche se questo pensiero lacerava la sua anima. Aveva dolori ovunque, alla gola, alle spalle, alle gambe, alle dita, all’anima…

Posò il telefonino nel cassetto, le lacrime ripresero a scendere, molto più lentamente , bruciavano come acido solforico, come sale su una ferita. Il bip bip del monitor, accompagnava i suoi pensieri. Era sola nella stanza, probabilmente era pomeriggio, il sole era basso e la luce filtrava attraverso le tende scure, l’aria condizionata regalava la giusta temperatura. Tentò di cambiare pensiero, ma la mano di Alberto sopra la pancia della donna la tormentava.

Un uomo e l’infermiere con cui prima aveva parlato, entrarono nella stanza. L’uomo aveva un camice sopra una divisa verde. Si presentò.

Buongiorno Marta, sono il dottor Alex Cosser, responsabile di questo reparto, come va? Ha avuto una brutta avventura, ora sta meglio è evidente, ma una donna nelle sue condizioni non dovrebbe strapazzarsi in questa maniera, dovrebbe avere più cura di sé. Prima è venuto suo marito a trovarla, accompagnato dalla polizia locale, ma non si è fermato. Ha detto che aveva una situazione da risolvere e che sarebbe ritornato, lei comunque, non può andare a casa senza essere accompagnata, aspetteremo il ritorno di suo marito, comunque deve stare qui ancora qualche giorno.”

Marta non capiva, poi prese coraggio e chiese: “Quali condizioni? Io sono sempre stata bene!”

Aveva la bocca impastata, parlava a stento, la condizione emotiva influenzava tutto, specialmente i pensieri.

Il medico rimase stupito, guardò l’infermiere che rimase altrettanto stupito, riprese a parlare e disse con tono interrogativo: “Non mi dica che non sa nulla della sua condizione! Nemmeno suo marito era a conoscenza?”

Quale condizione? Quale?”

Vi fu un silenzio lungo un’eternità in cui lo sguardo del medico vagò nella stanza, come per evitare di ferire la donna, già evidentemente prostrata.

Signora, lei ha una miocardiopatia dilatativa, in fase avanzata anche, ma non aveva sintomi? Impossibile, con quel cuore è veramente impossibile non avere sintomi. Non era stanca? Almeno questo sì!”

Sì, ultimamente ero stanca, affaticata, ma davo la colpa allo stress e al troppo lavoro, avevo anche spesso mal di testa e affanno. Sono questi i sintomi di cui parla?”

Sì, il mal di testa era dato dalla sua ipertensione, non sapeva nemmeno quello? E le gambe gonfie? Una donna con il suo cuore ed incinta dovrebbe riguardarsi molto di più? Permetta di dire che è un po’ incosciente!”

Marta si fece ripetere le ultime parole…non aveva capito sicuramente bene.

Potrebbe ripetere dottore per piacere? Non ho capito bene.”

Ho detto che una donna con il suo cuore ed incinta dovrebbe riguardarsi un po’ di più, è un po’ incosciente!”

Sono incinta? Sono incinta? Come…”

Non sapeva neppure questo? E’ incinta di almeno cinque settimane, ma con quel cuore è un rischio terribile, ora che è sveglia faremo una consulenza ginecologica, non sappiamo se il feto ha avuto danni o no, troppo presto per saperlo, l’ecografia dice poco ancora. Certo che lei è veramente incosciente, mai mi è capitato un caso del genere, mai in tutta la mia carriera…”

L’infermiere mise una mano sulla spalla del medico, lo guardò, come per dire: “Stai tranquillo, non esagerare, non è il caso di andare cosi pesante!”

Infatti il medico intuì e riprese a parlare con più calma.

Va bene, è un po’ scossa, la lasciamo sola adesso, ma se vuole parlare siamo qui, si ricordi solo di chiamare qualche parente. Spero arrivi suo marito. Lo chiami, queste decisioni vanno prese insieme, non da soli, non sono decisioni leggere da prendere!”

Un altro sguardo dell’infermiere lo zittì, poi intervenne e con voce risoluta disse: “Ci vediamo dopo.”

Lui e il medico uscirono dalla stanza.

Marta era da sola, in realtà non lo era affatto…

Immediatamente, prese coscienza della sua maternità inaspettata, pose le mani sulla sua pancia e sorrise. Un altro pensiero, però, intervenne e si sovrappose al precedente. Era tutto vero? Spesso si sbagliano in queste cose. No, era tutto vero, tutto. Nessun dubbio, nessuno, ricordava l’ultimo e unico amplesso avuto con Alberto negli ultimi tempi, era bastato quello, un solo rapporto. La donna continuava a guardare il cassetto del comodino, doveva telefonare al marito, ma anche ad Eleonora e a Sebastiano, almeno un messaggio. In quel momento tuttavia voleva rimanere sola con se stessa e con la creatura che le stava crescendo in grembo.

I sogni iniziarono a prendere forma, la fantasia galoppava, la donna cominciava anche a vedere il viso del bimbo, quando l’infermiere, entrato nel frattempo nella stanza, disse gentilmente:

Marta, fra poco farà la visita ginecologica e anche un’ecografia. Ha mai preso farmaci in questo periodo?”

Sì qualche antalgico, spesso avevo mal di testa.”

Altro? Tipo antibiotici, psicofarmaci, antidepressivi, benzodiazepine?”

No, almeno non che io ricordi. No, no, solo qualche antalgico, tutto qui.”

Bene, procederemo con altre visite, se lei è d’accordo. Ha fatto anche radiografie?”

No, di questo sono sicura, niente raggi, ma che visite devo fare ancora?”

Sicuramente la visita ginecologica, poi la visita cardiologica ed internistica, la sua pressione non va niente bene, è veramente alta e questo non è bene per il feto e nemmeno per lei, per ora basta così. Se ha qualcuno telefoni, queste cose non vanno affrontate da soli, bisogna dividere le emozioni con qualcuno, altrimenti, la gioia non raddoppia!”

Potrebbe essere anche un dolore, però!”

Sì, ma se condiviso il dolore percepito è minore.”

L’infermiere andò via, regalando un sorriso che arrivò dritto al cuore della donna. Il messaggio era stato chiaro, ma a chi doveva telefonare per primo? Sicuramente non ad Alberto ma nemmeno a Sebastiano, anche se avrebbe voluto farlo veramente. Prese il cellulare in mano, pigiò il pulsantino dell’accensione, poi il pin. Immediatamente, una serie di messaggi, che annunciavano le chiamate perse, saturarono quasi del tutto la scarsa memoria della sim. I messaggi erano tutti di Eleonora, che aveva chiamato ininterrottamente tutti i giorni e a tutte le ore, poi vi era anche un messaggio da parte di Alberto e uno da parte di Sebastiano. Voleva leggere quello di Eleonora, ma una chiamata in arrivo, da parte di Alberto, impedì questo.

Pronto?”

Pronto Marta, sono Alberto, come stai? Sono passato in ospedale ma dormivi, i medici mi hanno accennato qualcosa, fra poco passo e parliamo…”

La donna non avrebbe voluto nemmeno rispondere, ma la situazione era critica, lontano da casa, qualcuno doveva aiutarla. Era comunque suo marito. In quel momento non provò odio per lui, la nuova vita, che cresceva in grembo, sembrava già in grado di dare e distribuire felicità.

Ho bisogno di biancheria pulita e di qualche euro.”

Alberto sembrava preoccupato, concitato. Marta pensò di non dire nulla al telefono, meglio affrontare la situazione di persona, cosa voleva dire con “i medici mi hanno accennato qualcosa”? Sapeva della sua gravidanza e della sua malattia?

Arrivo subito, non preoccuparti, l’ospedale è vicino. Arrivo, ciao e lascia il cellulare acceso!”

Porta anche il caricatore, si sta scaricando!”

Va bene, ciao a presto.”

Era incredibile come Marta fosse serena, veramente incredibile. Ora doveva mandare un sms ad Eleonora, il credito a sua disposizione era scarso e sapeva che con l’amica sarebbe andata ben oltre, impossibile dire tutto in una telefonata, quindi inviò un sms semplice.

Ciao, ho poco credito, appena puoi chiamami, tante buone nuove, a presto, Marta.

Poi mandò un altro sms a Sebastiano: “Ciao Seb, tutto bene? Qui è accaduto di tutto, ora non posso spiegarti. però, a presto, Prof.”

Immediatamente, invece, Sebastiano telefonò.

Marta cosa è successo?”

La sua voce era preoccupata, era ansioso di sapere se poteva fare qualcosa.

Dimmi, che cosa è successo?”

Marta era emozionata, avrebbe voluto avere Sebastiano accanto a sé. Poi raccontò il tutto, trattenendo le lacrime, per non turbarlo troppo. Infine lo rincuorò, dicendogli che non era sola, che Eleonora era con lei.

Se vuoi parto subito, ti raggiungo, arrivo subito, sistemo a casa e arrivo.”

No, dico davvero, mi faccio sentire io quando arrivo a Torino. Adesso devo fare molte visite e devo prendere grandi decisioni.”

Sebastiano era concitato, voleva più notizie, ma la donna riuscì a convincerlo a non partire. Non voleva che la vedesse in quelle condizioni e soprattutto non voleva creare problemi a lui. Che cosa avrebbe detto la moglie? La voglia di vederlo era tanta, tantissima, ma riuscì a contenerla.

Lo salutò, tranquillizzandolo ancora. Il bip bip conciliava il sonno e di sonno arretrato ve ne era tanto.

La svegliò Alberto, con un tenero bacio sulla guancia e con un sorriso, un sorriso finto.

Come stai? Mi hai fatto spaventare, dimmi!”

Marta voleva rispondere chiedendo come stesse la futura mamma, ma poi lasciò perdere.

So che sei passato e che non ti sei fermato, eri occupato? Comunque sono incinta…cose che capitano alle donne nelle mie condizioni!”

Alberto inizialmente non si scompose, rimase di ghiaccio, ma poi senza evidenziare emozioni, disse ancora: “Non scherzare, hai un aspetto non bello, ora parlo con i medici.”

Non scherzo, dico davvero, sono incinta, di poco quattro o cinque settimane, non di più.”

In quel preciso momento entrò il medico, che salutò Alberto con una vigorosa stretta di mano, facendolo imbufalire, mentre gli porgeva le congratulazioni di rito.

Allora, è una gravidanza a rischio ma congratulazioni!”

Alberto guardava il medico e l’orologio, era evidente che pensava ad altro e che quella situazione lo metteva a disagio, in evidente disagio ed imbarazzo. Ascoltò ancora il medico che parlava di rischi dovuti alla malattia e alla pressione alta, ma stava pensando ad una risposta per Marta, ad una risposta che desse una piega diversa alla situazione. L’infermiere osservò la scena dall’uscio, il tutto sembrava un copione mal riuscito di una qualunque commedia brillante, il medico che parlava, nessuno che lo ascoltava e Marta ed Alberto che si sfidavano con gli sguardi, pronti ad aggredirsi, appena la situazione lo avesse consentito.

A questo punto l’infermiere intervenne: “Dottore, i due piccioncini vogliono stare soli ora, dopo parlerà della situazione, mi sembra che il tutto sia ben chiaro ormai, andiamo!”

Detto questo, prese il medico per la manica e lo trascinò via, lasciandosi dietro l’eco delle sue parole. I due finalmente erano soli, a tu per tu. Alberto camminava nervoso nella stanza, le sue mani erano sulle labbra, sembrava cercasse le parole giuste, ma giuste per cosa? Poi con incredibile aggressività si piantò ai piedi del letto.

Sicuramente non è figlio mio, so che ti vedi con un altro, un tizio che lavora in una banca e non è la prima volta che questo accade.”

Quindi iniziò nuovamente a camminare nella stanza. Marta non diceva nulla, guardava e ascoltava, cercava di essere più indifferente possibile, poi nuovamente Alberto con lo sguardo basso iniziò a parlare.

Sei una donna superficiale, da sempre. So tutto anche della precedente relazione, con quel Maurizio. Non sei capace a nascondere nulla, lasciavi anche il cellulare in casa e spesso i messaggi fioccavano come neve, è stato facile leggere tutto!”

Marta rimase basita, questa affermazione la colpì non poco. Raccolse un po’ di forze e rispose.

Fra me e Sebastiano c’è solo amicizia, solo quello, ma tu sapevi tutto di me e Maurizio e facevi finta di niente? Che razza di uomo sei? Perché non sei intervenuto?”

Marta era affannata, arrabbiata, ferita due volte, ma Alberto incalzò.

Cosa dovevo fare secondo te? Lascia stare, tanto non lo sapeva nessuno a parte me, gli amici non sospettavano di niente e la faccia era salva e poi chi mi avrebbe accudito? A te sembra facile per un uomo restare solo? Ma a parte questo, io non ho mai capito perché tu mi abbia tradito, non ti facevo mancare niente, niente! Sei tu che sei incontentabile, come sempre!”

Alberto non riusciva a guardare Marta negli occhi, tremava, sembrava sincero, vero, genuino e questo rendeva la situazione ancora più patetica e tragica. Marta trattenne una risata e pensò alla biancheria lavata e stirata. Questo fa di un uomo e una donna una coppia? Sono i boxer sporchi? Le camicie stirate, un orgasmo al mese?

La donna con affanno, per via della sua malattia, disse sempre con calma: “Sì, hai ragione, non mi facevi mancare niente, neppure la solitudine, quella me la regalavi ogni giorno, mi regalavi anche tanta sicurezza. Che dire poi dell’affetto e del farmi sentire donna. Va bene così, ormai il dado è tratto no?”

Alberto si sentì ferito dall’ironia della moglie, si sentì ferito nel suo orgoglio maschile.

Mi fai schifo, mi fai schifo, sei una donnaccia, io non ti facevo mancare niente, niente, sei tu che sei…sei…”

Una donnaccia? Una puttana?”

Sì. Ecco quello che sei!”

Alberto era visibilmente alterato, aveva quasi la bava alla bocca, lui, così privo di coraggio e personalità, aveva dovuto tirare fuori tutta la sua forza interiore. Si avvicinò a Marta. Fece un gesto forte, voleva tirare un manrovescio alla moglie. Era furibondo, esageratamente furibondo. Marta avrebbe voluto fare altre domande, ma era spaventata e affannata, afferrò il campanello e schiacciò il pulsante. Immediatamente un suono ritmico riempì l’aria e in un attimo entrò l’infermiere, che diede un’occhiataccia ad Alberto.

I parenti sono pregati di uscire!” disse con voce possente.

Questo comando sollevò Alberto che s’infilò nell’uscio e si dileguò fra i corridoi, lasciando Marta meravigliosamente libera. Alberto continuò a correre per i corridoi dell’ospedale, fino ad arrivare all’uscita, lasciandosi alle spalle tutta la sua vigliaccheria e dappocaggine. La porta dell’ospedale si aprì. Un tiepido calore, dato dal sole, lo investì. Una donna gravida lo stava aspettando, la porta si chiuse dietro di lui, ma la questione era ancora viva. Porta chiusa, pensieri aperti.

All’interno dell’ospedale altre emozioni aspettavano Marta. Una donna, una ginecologa, si stava apprestando a fare una visita. Era da tempo, sicuramente da anni che non si sottoponeva ad una visita ginecologica. Provò un lieve fastidio fisico quando le dita entrarono nella sua intimità, meno del fastidio provato durante l’ultimo rapporto sessuale con Alberto. Dopo aver finito la visita, la dottoressa pronunciò il suo verdetto.

Cara signora, dalla visita non risultano problemi, il feto sembra ben impiantato, non vi sono tracce di sangue. L’ecografia e altri esami completeranno il quadro, la sua è una gravidanza a rischio, non conosco ancora le condizioni del suo cuore, vedremo insieme al cardiologo di stabilire una terapia appropriata. La sua pressione è troppo alta, qualche terapia si deve assumere e deve prendere in considerazione anche un eventuale aborto terapeutico, vista la sua situazione clinica generale.”

Queste parole caddero come un masso sulla testa di Marta.

Aborto terapeutico? Sono così grave? Chi è a rischio io o il bambino?”

La donna voleva porre altre domande alla ginecologa, ma altre visite l’attendevano, altri giorni in cui le decisioni prese avrebbero influenzato la sua vita futura.

Spense il cellulare, aprì la borsa che il marito aveva portato e iniziò a leggere il racconto di Sebastiano “Il Voto”. Il bip bip del monitor, accompagnava la sua lettura. Questa volta non si addormentò. Le prime pagine furono divorate. Era letteralmente rapita dal racconto, dalla storia, dai personaggi, specialmente, dal figlio morto, che sorvegliava a modo suo i suoi cari, i suoi affetti. E poi il destino, disegnato in maniera impeccabile… La madre, con la sua forza, rimase protagonista nei suoi pensieri per un tempo lunghissimo.

Questa situazione di apparente riposo durò per qualche ora circa, giusto il tempo di divorare il libro e trarne le dovute conclusioni. Poi la donna riaccese il cellulare, con calma e con serenità, scrisse un messaggio ad Eleonora, un messaggio semplicissimo: “Ho bisogno di te, ora, come non mai…”e subito dopo ricevette la telefonata dell’amica.

Il colloquio fu lungo, lunghissimo e prodigo di dettagli e particolari. L’ultima frase da parte di Eleonora fu: “Domattina parto, nel primo pomeriggio sarò da te.”

Il pomeriggio era alle porte, Marta era serena, stranamente serena, il destino con lei era stato crudele e beffardo. Quali decisioni prendere? Ora la aspettava un periodo di incredibile intensità emotiva, ma si sentiva sicura, forte, non sola. Eleonora stava per raggiugerla, ma non solo lei le sarebbe stata accanto. Marta pensava e ripensava alle frasi scritte nel libro di Sebastiano, alla storia, al destino.

Inviò un messaggio a Sebastiano: “Grazie per il dono che mi hai fatto.”

Poi la stanchezza la prese e la avvolse come la nebbia avvolge l’inverno. Sogni e incubi popolarono il suo sonno, mani che roteavano nell’aria, corpi di bambini avvolti in coperte, il volto di Alberto, con lo sguardo chino e schivo, il sorriso di Sebastiano, un fiume di emozioni, di sensazioni, rabbia, gioia, felicità e dolore. Sonno agitato, movimentato.

Un raggio di sole baciò la sua guancia, un calore dolcissimo. Marta aprì gli occhi e vide davanti a sé Eleonora. Non credeva a ciò che vedeva, non doveva arrivare nel pomeriggio?

Buongiorno principessa!” disse con la sua voce sicura e profonda.

Il tuo aspetto non è dei migliori, ma ti ho visto ben peggio altre volte. Dobbiamo parlare e sistemare molte cose, ma con calma, io sono in ferie, possiamo dedicarci tutto il tempo che vogliamo.”

Sei incredibile, incredibile !” rispose Marta, allungando le braccia per cingere la sua amica.

Sedute sul letto, piansero come bimbe, le lacrime scendevano a fiotti, ma il senso di liberazione era grande, importante ed utilissimo. Ogni lacrima era un pensiero negativo che usciva, una zavorra che cadeva e che permetteva alla mente di volare in alto. Era bello sentire il contatto umano, il profumo di Eleonora, il profumo dell’amicizia.

La mattina che si presentava era decisamente importante, fra poco Marta si sarebbe sottoposta

ad ecografia cardiaca, visita cardiologica ed ecografia addominale, per vedere il feto. La tensione era alta, l’emozione alle stelle.

Venne l’infermiere e disse: “Andiamo Marta, adesso ecografia al cuore.”

Poi la fece accomodare in carrozzella, aveva ancora la cannula in vena per una terapia endovenosa in corso. Eleonora era accanto a lei, il lungo corridoio luminoso, deserto, dava l’idea di una galleria con una via d’uscita appena dietro l’angolo. Marta era ottimista, decisa. La radiologia buia e piena di luce artificiale incuteva cupezza, la luce bianca, vitrea dei neon inaspriva la situazione emotiva, dall’ottimismo si passava al pessimismo.

Il tecnico, molto gentile, muoveva lo strumento sul petto della donna, la sua competenza era palpabile, spessa. Le sue espressioni erano serie, non lasciavano trasparire nulla. La macchina accanto stampò una decina di foto, su cui era stampato il destino di Marta. La donna non chiese nulla, tanto sapeva che il responso sarebbe stato enunciato dopo aver eseguito tutte le visite. Il percorso in carrozzella continuò, sempre con Eleonora accanto, sempre attraverso corridoi lunghi e luminosi. Le due donne non dicevano nulla.

Ecografia addominale: piccola stanza senza finestre, ambiente completamente asettico, di colore azzurro scuro. Marta si sdraiò nel lettino. Il medico guardò la cartella clinica, molto attentamente. Poi impiastricciò l’addome di un gel apposito, per permettere alle onde di passare meglio. Ad un certo punto un rumore ritmico, veloce, frusciante, come la corsa di un cavallo, allarmò Marta ed Eleonora, presente anche lei nella stanza.

Oddio cos’è?” chiese Marta allarmata.

E’ il battito cardiaco del feto. Complimenti, che atleta!” disse il tecnico.

Come la mamma!” disse Eleonora.

Mentre diceva questo la tensione e la commozione uscirono con tutta la loro prepotenza. Marta iniziò a piangere, accompagnata dal pianto dell’amica. Era bellissimo ascoltare il galoppo del cuore del bimbo o della bimba. Una vita nuova si affacciava al mondo ed era dentro il ventre di Marta, che con estrema delicatezza, con un gesto protettivo tolse il gel, dopo aver concluso l’esame.

Qui sembra tutto a posto, ma la situazione generale è complessa. Comunque, dal mio punto di vista va tutto bene. Il feto è ben impiantato, la vascolarizzazione è ottima, si vedrà più avanti come procedere.”

Il medico con gentilezza congedò le due donne, dicendo: “Congratulazioni anche al padre!”

Arrivò il turno della visita cardiologica, l’ultima, quella decisiva. Le due donne si tenevano per mano, come due sorelline accomunate da un unico destino, sembravano bimbe spaurite, in attesa di un verdetto, di una sentenza. Il cardiologo era un uomo enorme, biondo, occhi chiari, spalle larghe come ante di un armadio, lentiggini sul viso. Era cordiale e gentile. Dopo aver salutato e guardato con attenzione tutti gli esami, visitò Marta. Fece una visita accurata, precisa, scrupolosa. Il suo fonendoscopio si appoggiava ripetutamente sul torace e sulla schiena della donna, mentre ascoltava, chiudeva gli occhi, come se, chiudendoli, si concentrasse meglio sulla situazione.

Fece rivestire Marta e si sedette, per parlare, per poter enunciare il verdetto. La tensione delle due amiche era altissima, erano disposte davanti alla scrivania, inermi e minuscole davanti al medico e al verdetto.

Signora, la situazione non è molto bella, il suo cuore è ingrossato, molto ingrossato. Dagli esami si vede che la situazione è recente, ma questo non vuol dire che sia meglio. La gravidanza era programmata? Lo sa che è ad alto rischio, anzi, ad altissimo rischio, sia per lei che per il feto. Qui si devono prendere decisioni importanti. Suo marito non c’è? Queste decisioni si devono prendere in due!”

Marta sentiva le sue mani gelate ed il sudore scorrere lungo la schiena.

Mio marito non c’è e non ci sarà, la gravidanza non era programmata, le decisioni, qualunque esse siano, le prenderò io e comunque non sono sola, la mia amica Eleonora, è accanto a me, mi sostiene. Dica pure, vada avanti.”

La sua voce in realtà tremava ed evidenziava una grande paura.

Io personalmente consiglierei un aborto terapeutico, dovrà prendere dei farmaci a partire da oggi stesso e questi farmaci, anche se non specificato in letteratura medica, potrebbero danneggiare il feto. C’è rischio di malformazioni e il feto stesso, con la sua crescita, potrebbe aggravare la sua situazione cardiaca, il suo cuore potrebbe dilatarsi ancor di più e i sintomi sarebbero importanti, il suo affanno e la sua fatica sarebbero insostenibili. Scusi se sono diretto, ma è meglio sapere tutto, per fare delle scelte consapevoli. Deve prendere delle decisioni adesso, in base alle sue decisioni verrà impostata un terapia.

Ah! Altra cosa, dimenticavo! Essendo giovane ed in salute, a parte il cuore ovvio, è stata inserita nella lista dei trapianti. L’iter è lungo, ma l’unica soluzione per risolvere questa situazione è il trapianto, appena possibile e appena prenderà la sua scelta.”

A Marta venne in mente immediatamente il racconto di Sebastiano, la storia di un bimbo che parlava attraverso il tempo, dopo la sua morte nella pancia della mamma, durante una gravidanza portata avanti nonostante i rischi altissimi di una malattia genetica, che se presente avrebbe compromesso la qualità di vita del nascituro. In questo racconto il tempo s’intrecciava con le vite dei personaggi, che vivevano intensamente ogni loro scelta, ogni loro emozione. Padre, madre, figlio, figlia: una famiglia, come quella che avrebbe voluto Marta.

Lei aveva letto attentamente la pagine e si era commossa e nel frattempo aveva già meditato sulle sue scelte sulla sua situazione, paradossale, beffarda.

Senza esitazione disse: “Tengo il bambino, a prescindere da tutto, impostiamo il discorso su questa decisione, tengo il bambino.”

La sua decisione e anche la sua scelta fecero commuovere il medico ed Eleonora, che disse:

Vedrai Marta, tu riprenderai a correre, riprenderai a correre”

Andate pure in reparto, inizierà subito una adeguata terapia. Ancora una cosa, il parto sarà sicuramente un parto cesareo, il suo cuore non potrebbe sopportare lo stress di un parto naturale. Ora andate, a presto allora.” disse il medico.

Poi parlò con l’infermiere che accompagnava Marta ed Eleonora e si congedò con una vigorosa stretta di mano.

Il ritorno in reparto fu senza parole. Neppure l’infermiere, che sentiva la tensione, riuscì a proferire parola. Le due donne si trovarono sole nella stanza, finalmente sole.

Grazie Ele, grazie! Senza di te, in questi momenti non so cosa avrei fatto. Io voglio tenere il bambino a tutti i costi, non c’è miocardiopatia dilatativa che tenga, sono conscia dei rischi, ma voglio tentare, voglio tentare! Mi chiedo, però, perché il destino sia così crudele con me, non capisco, non capisco!”

Marta, tu non preghi vero?”

No, non prego.”

Forse è meglio che inizi a farlo. Hai sentito il dottore? Io appoggio ogni tua scelta e ti sarò vicina, in ogni caso, sappilo. Comunque sono ottimista, secondo me tornerai a correre, anzi andremo tutti assieme a correre, io, tu e il bimbo, magari con il passeggino. Ora cerchiamo di studiare un piano, organizziamoci, dobbiamo tornare a casa e sistemare la questione con Alberto. Adesso vado in albergo, sistemo due cosette, fra qualche ora sarò di nuovo qui. Tu intanto cerca di stare serena, se devi parlare con i medici aspetta, voglio esserci anche io chiaro?”

Va bene, vai tranquilla.”

Si salutarono con un bacio sulla guancia, entrambe avevano bisogno di stare un po’ da sole, era evidente. Eleonora adesso era l’unica persona che poteva prendersi cura di Marta, ormai senza marito e praticamente senza famiglia. La morte della madre era stata prematura, aveva lasciato Marta interdetta dal punto di vista emotivo. Al suo funerale, aveva provato solo rabbia, non commozione, era proprio questo che l’aveva colpita, l’assenza di sentimenti, d’affetto. E successivamente il dolore infinito per la morte del padre ,che aveva fatto quasi scoppiare il suo cuore. Era sola, senza famiglia.

Poi pensò all’amica, anche Eleonora era sola, ma per scelta, non per destino avverso. La responsabilità della scelta era grande, enorme e pesava come un macigno sulla schiena di Marta, un macigno non solo pesante, ma anche grande, voluminoso. Un po’ di riposo nella stanza buia avrebbe chiarito meglio le idee. Il fiato era meno corto, ma rimaneva affannoso comunque, le gambe erano gonfie, il colorito ancora terreo, ma dentro di lei pulsava la vita. Aveva sentito battere il cuore di suo figlio, un battito forte, veloce, chiaro come il galoppo di un cavallino ribelle. Il futuro era solo fatto da incognite ora: la salute prima di tutto, la sua e quella del futuro bimbo, poi la casa, la separazione, ormai inevitabile e giusta, il lavoro e chissà cosa ancora…

Marta prese dal comodino “Il Voto” e proseguì la sua lettura. Si immerse fra le sue righe e per un po’ la sua mente fu nuovamente serena.

Quel pomeriggio le due donne si ritrovarono, Eleonora, come promesso, andò da lei, poi uscirono. Marta era in carrozzella, nell’ospedale c’era un parco bellissimo, curato nei minimi dettagli. Nessuna delle due aveva di pensare al futuro. Si abbandonarono ai profumi dei fiori e ai colori estivi del parco, un cielo azzurro, senza nessuna nuvola, copriva i loro pensieri. Risero a crepapelle, quando Eleonora raccontò del goffo tentativo di Marcella di origliare dietro le porte, per carpire pezzi di vita altrui.

Passarono così altri due giorni. Nessuna delle due affrontava apertamente le varie questioni da risolvere. Volevano godersi questi giorni serene, consce che il futuro sarebbe stato ricco di pesantezza emotiva.

Il giorno delle dimissioni di Marta, Eleonora si presentò puntuale in ospedale. Le condizioni della donna erano stabili ormai e poteva affrontare il viaggio di ritorno senza grossi problemi, anche in auto, non era necessaria l’ambulanza. Le gambe erano sgonfiate e il fiato andava meglio. Marta avrebbe voluto sentire il bimbo muoversi dentro la pancia, ma era ancora troppo presto per questo. Il medico e l’infermiere fecero le ultime raccomandazioni, poi diedero loro un cd, dove vi era registrato il ricovero della donna, compresi gli esami e le radiografie. Un piccolo cd, ma tanti problemi.

Il viaggio andò bene, il paesaggio rilassante e il poco traffico resero il tutto addirittura piacevole. Le Dolomiti si allontanavano e insieme ad esse anche i ricordi brutti, come vedere Alberto che accarezzava la pancia di un’altra donna o il malessere dovuto allo scompenso cardiaco, la perdita di sensi e l’assaggio della cruda realtà. Un altro paesaggio emotivo ora si prospettava: scontri con Alberto, ansia per l’andamento della malattia, il benessere del futuro nascituro e altro ancora.

Fecero molte soste, la terapia diuretica ed antipertensiva di Marta la costringeva a questo, ma la sosta fu solo un intermezzo addirittura simpatico.

Nel primo pomeriggio arrivarono a destinazione, la città pigramente si godeva l’inizio dell’estate. Ancora una sosta, questa volta nel bar proprio vicino a scuola, l’Oasi, luogo di tanti importanti incontri. Tony, come sempre allegro e gioviale, salutò le due avventrici, che ordinarono acqua e caffè. I diuretici stavano lavorando bene, le soste dimostravano questo.

Appena uscita dal bagno, Marta posò lo sguardo sopra un passeggino. Vi era un bambino, probabilmente un maschietto, dedusse questo dal colore della tutina che indossava, dormiva tranquillo, con la testolina appoggiata da un lato, le sue manine erano chiuse a pugno, un pugno che non colpiva nessuno, però, qualche piccolo movimento degli occhi evidenziava il suo sonno profondo.

Marta si avvicinò, sentiva il profumo di latte e borotalco, un profumo inebriante, antico, le braccia, paffute e chiare, avevano delle pieghe, a Marta venne voglia di baciarle e mordicchiarle. Eleonora notò questa tenerezza dell’amica. Il bar in quel momento era pieno di bimbi, la scuola era terminata, vi erano bimbi dai sei ai dieci anni circa, giocavano rincorrendosi fra i tavolini, attirando gli sguardi di Tony e Cinzia.

Improvvisamente un bimbo, estrasse un fischietto e soffiò dentro con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Un suono acuto fece vibrare l’aria e svegliò il piccolo che dormiva beato, un improvviso sussulto, poi aprì gli occhi e iniziò a piangere disperatamente. La mamma, seduta accanto, immediatamente lo prese in braccio e lo strinse a sé. Il bimbo era minuscolo, indifeso, smarrito, ma il contatto con la mamma e probabilmente anche il suo odore dopo un po’ lo calmarono. Singhiozzava a tratti, ma il pianto ormai era scemato.

Marta rimase incantata da quella scena, rapita. Sarebbe stata in grado di proteggere suo figlio? Le sue condizioni di salute le avrebbero consentito questo? Un velo di tristezza coprì il suo sguardo, la realtà non è un sogno. La realtà è fatta di miocardiopatie dilatative, di affanno opprimente quando si cammina, di mariti diversi da quello che si crede, di un Dio che risulta occupato, quando si prega. Un’unica certezza: una grande amicizia.

Le due donne entrarono in casa. Era passato Alberto e aveva ripulito armadi e stipetti della cucina, il televisore e ovviamente anche tutta l’attrezzatura per i videogiochi. Marta iniziò a ridere a crepapelle, all’impazzata, ora la donna di Alberto aveva un altro bambino da accudire, oltre al nascituro. Eleonora comprese e anche lei iniziò a ridere. La tensione si sciolse, le due amiche si abbracciarono.

Lentamente iniziarono a sistemare la casa, a riordinare il trambusto interno a loro e alla casa. Ordinare gli oggetti, ordinare i pensieri. Il futuro si prospettava ambiguo, incerto, senza alcun punto di riferimento. Una grande stanchezza poi prese possesso di loro, nonostante non fosse tardi, si sistemarono per la notte. Eleonora, con gran sorpresa di Marta, recitò alcune preghiere, poi crollò stanchissima, stremata dal viaggio e dalle emozioni.

Dormirono tutta la notte, nonostante il gran caldo, un sonno ristoratore e chiarificatore. Bisognava affrontare la realtà. Già dal primo mattino Eleonora iniziò a telefonare, serviva un buon avvocato, la separazione doveva essere a favore di Marta. Dopo una serie di colloqui telefonici, Eleonora, con il tacito consenso dell’amica, scelse un avvocato donna.

Meglio una donna per difendere una donna.” disse Eleonora con sicurezza e prese appuntamento già per il pomeriggio.

Alle 16.00 dello stesso giorno, le due entrarono nello studio, situato in un palazzo signorile del centro della città. Il fresco dei portici e delle stanze enormi era addirittura piacevoli, ma la situazione no. L’avvocato le ricevette e dopo che le due spiegarono la condizione in ogni dettaglio, l’“azzeccagarbugli al femminile” non ebbe alcun dubbio sull’esito della sentenza. Disse che vi sarebbero state alcune udienze e che Marta probabilmente avrebbe dovuto vedere il marito qualche volta, ma fu decisamente rassicurante: “Una donna nelle sue condizioni, ha vinto già in partenza.”

Marta, però, pensò che la sua sarebbe stata una vittoria di Pirro, effimera, temporanea. Eleonora, vedendola pensierosa, l’abbracciò e ,dopo aver salutato la legale, uscirono e iniziarono a passeggiare per le vie del centro.

Poca gente, tanti pensieri. Un gelato enorme alla frutta ristorò le amiche dal caldo, poi rientrarono nelle rispettive case. Eleonora rientrò a casa sua, Marta desiderava stare da sola, riusciva a gestire bene il tutto, almeno per ora: terapie, dieta, gravidanza. L’estate passò lenta ed indolente. Le due amiche si trovavano spesso e passavano i pomeriggi, nei grandi centri commerciali, almeno la calura era mitigata dall’aria condizionata, non acquistavano nulla o quasi. Erano gratificate dalla reciproca compagnia e dai progetti futuri. I responsi delle visite di Marta erano discreti, i valori ematici anche. L’affanno era ormai un compagno fisso, ma ci si abitua anche a respirare male, a vivere male, a vivere con la continua presenza della morte accanto, vita e morte assieme, nello stesso corpo. La pancia ancora non era da donna gravida e questo dispiaceva un po’ a Marta, ma il tempo avrebbe fatto giustizia, almeno su questo. Agosto in città, fra un esame e l’altro, caldo afoso, nessuna udienza, qualche camminata nel parco.

Eleonora diceva spesso all’amica: “Secondo me tornerai a correre, sì tornerai a correre.”

Le due amiche non parlavano mai del nascituro, una sorta di scaramanzia. Marta non aveva acquistato nulla. Solo una cosa aveva deciso: se fosse stata femmina, l’avrebbe chiamata Eleonora.

L’ecografia del terzo mese fu veloce e apparentemente priva di emozioni. La donna sentì il cuore, ma non volle vedere nulla, vi erano possibilità che alcune malformazioni fossero presenti. Comunque le dimensioni delle circonferenze craniche, del femore, dell’omero e della colonna erano normali. Un “tutto a posto” da parte del medico congedò con sollievo le due donne, sempre assieme in queste occasioni.

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