La pianta

viso di giovane ragazzaFrancesca, mia figlia, si è aggiudicata nel 2015 il concorso letterario Scrittori di classe, alla scuola media di Candiolo, classe III B.
Pubblico volentieri il suo racconto vincente,  “La pianta”.

 

Incipit: Eravamo stati promossi!
Tutti e quattro, io, Luca, Piero l’occhialuto e Francesca la spilungona, gli amici per la pelle.
Mio padre ci accompagnò in montagna, in Valle Stretta, montò le due tende con il nostro aiuto e ci salutò, dopo le solite raccomandazioni e dopo aver dato uno sguardo alla scorta delle provviste.
Era il nostro premio: due giorni da soli, in tenda, sotto i pini e in riva al ruscello.
Quando la macchina di papà svoltò oltre la strada sterrata, lanciammo un urlo di gioia e saltammo come pazzi per la felicità.
Non sapevamo ancora cosa sarebbe successo, quella notte…

Erano circa le 16.30 quando decidemmo di andare a passeggiare nella foresta lì vicino.
Ci incamminammo per il lungo sentiero finché non ci trovammo davanti ad un bivio.
Dopo istanti di silenzio che sembrarono interminabili, Piero prese la parola: -Ragazzi, sapete, forse è meglio tornare indietro… la foresta è fitta e potremmo perderci e…- Il solito fifone, pensai
Ad un tratto ebbi un’illuminazione: -Che ne dite di separarci? Siamo in quattro, io e Luca andiamo a destra, Fra e Piero a sinistra. Ci ritroviamo alle tende.-
La mia idea piacque a tutti, compreso Piero, che dopo vari e vani tentativi di persuasione, accettò.
Erano ormai passate due ore, ed io e Luca ci trovavamo ancora nella foresta.
-Sto morendo di caldo!- si lamentò Luca, per la dodicesima volta in quelle ore.
-Lo sai, vero, che se non ti fossi messo questa dannata felpa, non avresti sudato, non avresti avuto caldo e non mi avresti stressato con le tue lamentele?- chiesi, irritata.
-Ma avrei potuto prendere un’insolazione senza il cappuccio della felpa, o… Sarei anche potuto morire assiderato!-rispose, esasperato.
Luca era, infatti, l’ipocondriaco del gruppo, sempre preoccupato per epidemie e malanni esistenti solo nella sua mente.
Alzai gli occhi al cielo, liquidando così quella che sarebbe diventata una discussione senza capo né coda.
Continuammo a camminare in silenzio.
La foresta era davvero fitta, come aveva detto Piero. Gli alberi alti con le loro fronde coprivano la già tenue luce del sole, che oramai stava calando.
Ci fermammo d’improvviso: -Luca…-dissi io, con voce tremante- hai… hai sentito?-
-Un colpo di pistola- disse lui, apatico.
-Forse é meglio tornare alle tende. È tardi, Piero e Fra ci staranno aspettando.- Allora facemmo dietrofront e ci dirigemmo verso le tende.
Ma un altro colpo di pistola fece divenire il nostro passo sempre più svelto, fino a trasformarlo in corsa.
Sentivo il respiro cominciare a mancare ed un bruciore che partiva dai polmoni saliva verso la gola facendomi urlare di dolore.
Poi compresi: mi avevano colpita.
Sentii dei passi dietro di me, allora, incurante del dolore, continuai a correre.
Arrivai, senza forze, al piccolo spiazzo dov’erano le nostre tende.
Mi accasciai a terra e Francesca mi corse incontro, apparentemente preoccupata. Incontrai per un momento il suo sguardo… i suoi occhi erano vitrei, apatici irriconoscibili.
-‘Ponine, stai bene?- chiese
-La… spalla- dissi, con un fil di voce, prima di cadere a terra, priva di sensi.
Erano circa le due di notte, quando mi svegliai.
Vidi subito il viso di Luca, con i capelli color sabbia a coprirgli leggermente gli occhi. La sua espressione però non era più affabile ed aperta, ma nemmeno preoccupata.
Era serio. Troppo serio per i suoi standard.
-Stai meglio ora. Ti abbiamo fasciato la spalla ferita, dopo aver estratto la pallottola, ovviamente. Abbiamo anche chiamato tuo padre, ha detto che verrà domattina.- mi disse, con estrema calma e senza nemmeno l’accenno di un sorriso rassicurante sul volto. Poi se ne andò, lasciandomi sola nella tenda improvvisata infermeria.
Cominciai a sentire dei passi avvicinarsi alla tenda, accompagnati da un odore dolciastro e disgustoso.
Francesca.
Entrò nella tenda: aveva una strana pianta in mano.
-Ti ho portato questa pianta, ti aiuterà a guarire. Lei sarà la tua regina, tu dovrai amarla ed onorarla. E quando non avrà più bisogno di te dovrai esser fiera ed orgogliosa di donarti a lei come cibo. Ama la pianta, venera la pianta.-
Alla sua voce si unirono quelle di Piero e Luca.
Mi alzai di fretta e cercai una via d’uscita, ma ogni possibile via di fuga era bloccata dai miei amici.
Presi velocemente un paio di forbici poggiate nella cassetta del pronto soccorso accanto a me e aprii in due la tenda.
Uscii di corsa, cercando rifugio nella foresta.
Non ne sono sicura, ma mentre correvo credo di aver visto un’ombra scura, ferma, immobile, con una pistola in mano.
Senza nemmeno prendere coscienza di quel che facevo mi arrampicai su un albero, salendo fin sui rami più alti.
Ero al sicuro.
Cos’avevano i miei amici? E poi quegli occhi, quegli occhi vuoti, finti. Probabilmente… era… la pianta!
Ma cosa fare? Cosa potevo fare?
Mi ritrovai a bisbigliare tra me: -Allontanare da loro la pianta? Non servirebbe. Credo che la pianta “principale”, la pianta che li controlla, sia un’altra.
Diventare come loro? Non se ne parla.
Distruggere la pianta? Forse. Devo prima trovarla però.
Devo farlo. Per me. Per i miei amici.-
Rimasi sull’albero a riflettere per qualche minuto, finché non vidi i miei amici, se così potevo ancora definirli, camminare in fila indiana, ognuno tenendo un piccolo esemplare di pianta, ripetendo incessantemente: -Ora vedrai la tua mamma, piantina, ed io rivedrò la mia regina.-
Decisi di seguirli. Non senza prima tornare alle tende e procurarmi un paio di forbici e qualsiasi altra cosa di cui avrei potuto aver bisogno.
Camminavano così lentamente che non fu difficile non perderli di vista.
Arrivammo a quello che sembrava il centro della foresta, dove mi nascosi dietro ad un cespuglio.
E lì la vidi. Era orrenda.
Era un enorme cumulo di radici e foglie di forme e colori disparati.
Il tutto sosteneva un gigantesco fiore color pelle.
Ed era cosparsa di sangue, arti e lembi di pelle umana.
Notai un uomo, ritto davanti alla pianta.
-Prendimi, o regina, come tua vivanda e apprezza il mio sangue e le mie membra.-
Vidi il fiore cominciare a risucchiare l’uomo, che solo dopo riconobbi come l’ombra scura vista nella foresta.
Li vidi voltarsi tutti verso il cespuglio in cui ero nascosta.
-Intruso, intruso. Prendiamolo e doniamolo alla nostra regina.-
Fortunatamente i loro sensi erano annebbiati da quella pianta, quindi non mi notarono. Si allontanarono per cercarmi, quindi ne approfittai per avvicinarmi con aria di sfida a quell’essere: -Allora- dissi, con aria risoluta –mia cara regina, come posso distruggerti?-
Sentii un colpo perforarmi la mano.
Sangue.
Un altro colpo mi ferì la schiena.
Sentivo, ormai come ovattate, le voci dei miei amici: -L’intruso è stato preso, la regina è salva.-
Poi una sola voce parlò… Luca: -Offriamoci alla regina, noi tre, l’intruso ed il maestro.-
Parlarono nuovamente in coro: – Offriamoci a lei e facciamola crescere forte e rigogliosa.-
Un ultimo coro, come un sussurro: -Mangia, mangia, mangia.-
E che dire, fummo tutti divorati.
Ora Luca è la pianta, Piero è la pianta, Francesca è la pianta… io sono la pianta.
Sarai tu il prossimo?

Lascia un commento