I racconti del PREVER

viso di giovane ragazzaFrancesca, si è aggiudicata nel 2017 il concorso dell’Istituto Prever di Pinerolo, I giovani ricordano la Shoah.
Pubblico il suo racconto,  “Il viaggio”.

Con Francesca ho recitato l’audiolibro Auschwitz spiegato a mia figlia.

 

IL VIAGGIO

Ci avevano trovati, qualcuno ci aveva traditi.
Era un venerdì d’estate, il 24 agosto del 1944, per la precisione.
Avevo compiuto 15 anni da due mesi ormai, la reclusione nell’alloggio segreto si era fatta più tollerabile e la fine della guerra sembrava vicina.
Quando ci sbagliavamo.
Quel venerdì mattina fu il mio ultimo giorno di libertà, per quanto di libertà potesse godere una che era stata rinchiusa in quelle quattro mura vecchie e polverose chiamate “casa”.Papà, Otto, chiamava così l’alloggio: casa.Credeva di farlo divenire accogliente solo pronunciando quelle poche lettere.
Dei militari delle SS erano entrati attraverso la porta-libreria, ma non fecero chiasso, quindi non ce ne accorgemmo.
Noi inquilini eravamo tutti intenti nei nostri passatempi, quando, uno alla volta avevano aperto le porte delle nostre stanze, costringendoci a riunirci nella sala da pranzo, mentre, dietro di loro, Bep tremava spaventata e Miep cercava di rassicurarci come meglio poteva.
Uscita dalla mia stanza ed arrivata in sala da pranzo corsi verso papà, abbracciandolo. Margot piangeva, stringendo forte la mano di mamma.
La signora Van Pels si era stretta a Peter, mentre il signore aveva un’espressione indecifrabile in viso.
Fritz Pfeffer era rimasto immobile, mentre stringeva in una mano una foto della sua adorata Charlotte.
-Avete 10 minuti per preparare i vostri bagagli e seguirci!- esclamò in tono duro uno dei militari.Papà si avvicinò ad uno di loro, tirando fuori dalla tasca un distintivo, la voce gli tremava:-Non potete farci questo! Guardate, siamo vostri alleati. Ho combattuto al fianco dei tedeschi durante la guerra!-
Uno dei due uomini strappò il distintivo di mano ad Otto, guardandolo con attenzione.
-Prendetevi tutto il tempo che vi serve- disse solo, per poi allontanarsi insieme all’altro e fermarsi davanti la libreria, come a far da guardia.
Mamma guardò papà, in preda alla disperazione, ed in quel momento mi dimenticai di tutto quello accaduto con lei durante quei mesi nell’alloggio, mi scordai di tutti i litigi e le cose vergognose e crudeli che avevo scritto sul mio diario.
Mi avvicinai lentamente, per paura che i due uomini delle SS , notando un movimento veloce si allarmassero, e l’abbracciai forte, questa volta piangendo anch’io.Dopo quasi mezz’ora le SS si stufarono di aspettare, ci presero di forza e ci trascinarono all’esterno.
Dio, non sai che bella la sensazione dell’aria pulita dopo anni di reclusione.
Ma quella sensazione durò troppo poco. Ci buttarono in uno squallido e sporco furgoncino, con le sbarre alle finestre.
Dove ci avrebbero portati? Questo volevo chiedere a papà, ma la voce non ne voleva sapere di uscire.
Il furgoncino stava partendo. Sentivo solo il vento fresco e la voce di Miep che implorava le SS di risparmiarci.
Sbirciai l’alloggio segreto da un finestrino sbarrato: mi sarebbe mancata molto…Casa.
Passammo una notte in prigione. Tutti ammassati in un’unica, claustrofobia cella.
Non riuscii a chiudere occhio, nonostante Otto mi ripetesse di riposare.
La mattina dopo, alle sette in punto, eravamo alla stazione.E non solo noi, ma migliaia di persone, tutte accalcate ad aspettare un treno che ci avrebbe portati all’inferno.
Il nostro mezzo di trasporto si rivelò un treno merci, con vagoni piccoli e stretti, in cui erano state ammassate una trentina di persone.Fortuna volle, sempre se di fortuna si può parlare, che noi ex inquilini dell’alloggio fossimo buttati tutti nello stesso vagone, insieme ad un’altra trentina di persone.
Non erano tutti Ebrei, notai: alcuni portavano la stella di David cucita sui soprabiti, ma molti di loro non avevano nessun simbolo di appartenenza, quindi non capivo come fossero finiti in quell’inferno.Volevo chiedere, parlare, cercare di rassicurare tutti, dir loro che sarebbe andato tutto bene.Lo sguardo che mi rivolse papà mi fece morire le parole in gola.Non sarebbe servito a nulla, mi avrebbero presa per matta e scellerata, se solo avessi provato ad aprir bocca.
Il treno partì dopo quasi mezz’ora: il nostro vagone era immerso nel silenzio, eccezion fatta per il rumore delle ruote sui binari e del vento fresco che attraversava le sbarre delle finestrelle poste in alto.Volevo vedere fuori.
Mi sporsi per avvicinarmi alla minuscola finestra posta a circa due metri e mezzo d’altezza, troppo lontana dalla mia portata.
Avrei potuto chiedere a qualcuno di issarmi sulle proprie spalle per raggiungerla, ma, anche avessi voluto, non ci sarebbe stato mai abbastanza spazio per fare movimenti così bruschi.
Decisi di rimettermi al mio posto, in piedi, lontana dalla finestra, accaldata ed infastidita dall’odore di sudore emanato da tutti qui corpi stretti l’uno all’altro contro la loro volontà.
Era tarda sera, quando la voce tornò a vibrare nelle mie corde vocali:-Papà, come facciamo a dormire?-
Era stata una giornata tremenda, faticosa, e l’assenza di sonno della notte prima di certo non mi aiutava a rimanere in piedi, stretta in mezzo a papà e Peter.
Otto mi accarezzò i capelli, muovendo il braccio cercando di non urtare i compagni di viaggio:-mia cara, hai sonno, vero?- Aveva gli occhi lucidi, notai.
Mamma si spostò impercettibilmente, in modo da farmi sedere, accovacciandomi.
I genitori di Peter fecero lo stesso, permettendo anche a lui di riposare un porle gambe.
Ora eravamo seduti vicini.Lo presi per mano.Avevo tanta, tanta paura, ma non volevo farglielo capire, rischiando di farlo preoccupare più del dovuto.
Poggiai la testa contro la parete del vagone, il legno caldo e marcio contro la testa, guardando il soffitto altrettanto marcio e gocciolante.
Mi risvegliai quando il sole era già alto, da una pompa dell’acqua che riversava il suo liquido freddo su tutti noi.Mi allarmai. così mi rialzai frettolosamente, urtando quattro o cinque persone.L’acqua continuava a scorrere, bagnandomi il viso ed i vestiti, facendomi congelare.Poi le porte del vagone si richiusero, ma non prima che un soldato lanciasse al suo interno un secchio di metallo arrugginito.
Respirai affannosamente, guardandomi intorno: molte persone erano stese a terra in posizioni innaturali, altre erano accasciate contro la parete, mollemente.
Erano morti.Quei poveri corpi, quelle povere anime.
Sentii Margot sussurrare qualcosa, mi voltai:-I-il secchio?- Chiese, indicandolo con un dito tremante.Papà si leccò le labbra screpolate, prima di guardare verso il basso e rispondere solo:-quello è il nostro bagno-
Non ci credevo, come saremmo riusciti a fare i nostri bisogni lì, davanti a tutti?
Non volevo crederci. Non potevo crederci.E non riuscivo a capire.
Perché ci avevano chiuso in quei treni malmessi, perché ci avevano innaffiato con quella pompa d’acqua gelata, perché ci trattavano come animali?
Cosa avevamo fatto per meritarcelo?
Ero arrabbiata e stremata e terribilmente affranta.Volevo solo stendermi e rimanere a fissare il soffitto fino a che la vista non mi si sarebbe offuscata, finché l’odore di putrido e paura non mi sarebbe scivolata via dalle narici, finché avessi smesso di vivere questo momento così terrificante ed insensato.
I giorni di viaggio si ripetevano, tutti uguali: notte, giorno, notte, giorno.Venivamo innaffiati ad intervalli irregolari di tempo, e l’odore degli escrementi nel secchio cominciava a farsi insopportabile.
Da dov’ero io si vedevano solo pezzi di feci galleggianti in un liquame gialognolo, fetido.
Mi ero avvicinata solo una volta a quel “bagno”, Margot mi aveva accompagnata ed aveva cercato di coprirmi alla vista degli altri, nonostante fosse palesemente impossibile.
Dopo qualche giorno avevamo cominciato a lamentarci per la mancanza di cibo, e, quando i nostri lamenti ed i brontolii dei nostri stomaco si erano fatti insopportabili, i soldati si erano affacciati al portone del vagone lanciando per aria pagnotte di pane raffermo, già morse in alcuni punti, così dure da essere impossibili da mettere tra i denti.
Ma avevamo tutti così dannatamente fame, che le mangiammo.
Io ne divisi una con mamma, anche se aveva insistito tanto perché la mangiassi solamente io.
Ma non ero una figlia insensibile, e insistetti altrettanto per fare a metà, con disappunto di lei.
Avevo notato però lo scintillio nei suoi occhi stanchi, alla vista di quel gesto d’altruismo.
Nessun’altro era altruista, lì dentro.
La gente si avventava sui pezzi di pane con foga ed un picco di adrenalina improvviso, per poi guardare con tanto dolore e invidia chi era riuscito a rubare quel fugace pasto.
I miei vestiti non si asciugavano più. Rimanevano umidi di sudore o dell’acqua con cui venivano bagnati ogni tanto. Quell’acqua cercavo anche di berla.
Avevo sete, come tutti, quindi ogni volta che le porte del vagone si spalancavano, noi, di riflesso, aprivamo la bocca cercando di catturare quel poco di liquido ghiacciato, per rinfrescarci ed idratarci.Erano passate ormai settimane, quando ci fermammo.
L’aria si era fatta più fresca e respirabile.
Quando il treno si fermò sentimmo chiaramente il vociare dei soldati tedeschi.
Poi il portone si aprì, e ci fecero uscire, lasciando al loro destino i nostri bagagli. Non li avremmo mai più rivisti.
Ci fecero entrare in un grande campo, le cui mura erano ricoperte da filo spinato ed elettrico.
Misero in fila i bambini, chiedendo loro nome e cognome. Poi li lasciarono a vagare in uno spiazzo contornato dal filo.
Le mie labbra si tirarono in un sorriso malinconico. Quei poveri bimbi non capivano cosa stava accadendo, eppure prendevano il tutto quasi come un gioco: parlavano, facevano amicizia con altri bambini, si rincorrevano con le poche forze rimaste in corpo.
Misero i fila anche noi più grandi, chiendendoci sempre nome e cognome, oltre l’età.
Quando fu il mio turno parlai, senza esitazione:-Annelise Marie Frank Hollander.-
-Età.- mi chiese un soldato. A quel punto Otto si sporse verso di me, prima che potessi parlare:-quindici, quindici anni. Appena compiuti- Non capivo il perché di quella bugia, vidi solo alcuni miei coetanei incamminarsi con i bambini verso delle grandi costruzioni scure, da cui usciva del fumo nero.

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